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mercoledì 1 maggio 2013

La bisbetica domata - Una commedia bizzarra e contraddittoria.


Elizabeth Taylor, Katharina, La bisbetica domata, 1967.
Il 23 aprile 1564 nasce a Stratford on Avon, in Inghilterra, un genio letterario che avrebbe modellato la storia del teatro e del resto della letteratura in tutto il mondo, William Shakespeare. Inutile commentarne l’opera: sono state abbattute foreste per scrivere libri su di lui e sulla sua produzione letteraria, e fior di commentatori, già ai suoi tempi, hanno sviscerato e ribaltato le sue parole, amandole, odiandole, disprezzandole o divulgandole come Verbo. Semplicemente, per quanto in ritardo, volevo ricordare un autore che mi ha colpito, da sempre, per la sua capacità di cogliere le innumerevoli sfumature dell’animo umano ed esprimerle in giochi di parole, similitudini, metafore, contraddizioni. Di sicuro, i traduttori (soprattutto italiani) si sono prodotti in autentiche prove di genio, per rendere non solo il suo inglese di secoli addietro, ma anche i suoi significati comprensibili a occhi e spiriti attuali. La sua padronanza della lingua, la sua velocità di espressione, le sue trame mai banali, mi hanno sempre ispirato una sensazione di soggezione: come fa a esprimersi così? Come fa a tradurre sensazioni e sentimenti in modo così chiaro e universale? Le persone di cui parla, le vicende che espone, la lingua che usa, appartengono ad un tempo e un mondo lontano e polverizzato. Tutto si è evoluto, cambiato: abiti, lingua, strumenti, mezzi di trasporto. Quello che non è cambiato è l’animo umano. I tormenti della gelosia di Otello sono gli stessi che proviamo noi, che viaggiamo in aereo e usiamo il cellulare. Gli equivoci delle sue commedie assomigliano moltissimo a quelli in cui cadiamo noi, che ci serviamo di forni a microonde per cucinare, e guardiamo la televisione per ascoltare notizie e storie. William Shakespeare è stato un uomo, una costruzione perfetta di carne, sangue e muscoli nel XVI secolo, ma ha pensato e scritto in modo universale, contro ogni passare del tempo e delle mode. Quando ho ripensato alle sue opere, mi è venuta in mente una commedia, che avevo letto al liceo per un compito assegnatoci, La bisbetica domata. Ho messo da parte per un momento Otello, Amleto, Riccardo III, la schiera dei re Enrico, che hanno arricchito la tragedia. E’ il mio personale e bizzarro contributo al ricordare Shakespeare. Bizzarro perché è una delle commedie meno note, almeno qui in Italia. In patria, e in altri teatri, è sempre stata molto amata e rappresentata. Hollywood le ha dedicato un paio di film nel suo periodo dorato negli anni ’60, e Zeffirelli ne ha fatto una ricostruzione delle sue, tramite la coppia esplosiva del momento, Liz Taylor e Richard Burton. Bizzarro anche perché tratta di un argomento che mi sta a cuore, e che ha una conclusione diversa da quella che mi piacerebbe. Suona contraddittorio: lo è.  In questi giorni, in cui ho riletto l’opera, mentre rimuginavo sulle elucubrazioni del vampiro Lestat, sono giunta alla conclusione che questa commedia mi sta particolarmente a cuore proprio perché suscita in me sentimenti così contrastanti. Mi spiego meglio, se ci riesco. A Padova, il gentiluomo Baptista Minola ha due figlie, famose per la loro bellezza e per i loro caratteri opposti. Katharina, la maggiore, è nota per essere ‘bisbetica’: irascibile, indipendente, non esita ad alzare le mani per imporsi, e non tiene a freno la lingua, mai. Bianca, la seconda, è un angelo sceso in terra. Bianca ha diversi pretendenti che la esaltano per le sue qualità di sottomissione, mentre la prima è temuta quanto una malattia infettiva. Baptista, assediato dai corteggiatori della figlia minore, stabilisce che Bianca potrà sposarsi solo quando la maggiore sarà sposata. Questo è un incentivo non solo per sbarazzarsi di una peste come Katharina, ma anche per ottenere un aiuto concreto: il più intraprendente e creativo dei pretendenti, se vuole vincere tutti gli altri, deve dare una mano all’angosciato padre ad accasare l’ingombrante figliola. La risposta alle preghiere di Baptista non si fa attendere: quel giorno arriva a Padova il giovane Petruchio, erede di una considerevole fortuna a Verona, in cerca di moglie. Quando gli parlano delle due signorine Minola e della loro singolare condizione, rimane folgorato, prima ancora di vederla, da Katharina.
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