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martedì 2 agosto 2016

Letture d’Agosto – Donne al centro

LoreGasp

Questa è un’estate bizzarra: un cavallo domato a metà, che pare tranquillo, ma ogni tanto fa sentire la propria presenza stampando calci contro la porta. Così sono le mie letture, in questo periodo. Libri che apparentemente sono tranquilli, ma che poi portano sconquassi, nel momento in cui vengono chiusi e lasciati sedimentare dentro. Guardando nel Blog, però, la lista dei libri che ho letto dai primi giorni del 2016, scopro che questa tendenza si è verificata durante tutto l’anno. Il motore (im)mobile è la donna. La maggior parte dei volumi della rubrica Le Perle di Loredana per WeekendOut di Radio Piazza Live ha al centro una figura femminile dai tratti particolari, che si impone su tutto il resto del suo ambiente. Di solito è una trascinatrice irresistibile, non violenta, inarrestabile.

Da dove sono partita, per questa riflessione?

lunedì 20 luglio 2015

Segreto di Geisha – Il potere femminile di un’altra Regina Inarrestabile

Il sostantivo “geisha”, nel titolo di un libro, di un film, di una Pagina Facebook, di un pezzo di carta qualunque, uno schermo digitale di qualunque genere, equivale ad un gancio che si “termosalda” a qualche recesso della mia anima ed è praticamente indistruttibile, inscindibile, imprescindibile. Sono inciampata in questo libro delle Edizioni Piemme per caso, e l’unica cosa che mi ricordo era l’email di ringraziamento per aver completato l’acquisto dell’ebook. Del resto, le geishe mancavano da diverso tempo, e credo di poter dire che con loro non chiuderò mai, com’è capitato con l’horror. Le geishe sono un simbolo estremamente positivo, una volta ripulite da tutti gli strati di equivoci malamente applicati come un trucco dozzinale da un certo Occidente bigotto, facilone e impervio all’osservazione e accettazione dell’altro. Non sono prostitute, né d’alto bordo, né di basso, ma artiste complete e di elevatissimo livello, colte, abili in diversi campi, non disponibili se non per una ristrettissima cerchia di esseri umani. Per questo è stato facile affibbiare loro ogni sorta di etichetta, soprattutto se poco simpatica. Qualcuna di loro si sarà anche lasciata andare a comportamenti più licenziosi, pena l’espulsione e il biasimo di un’intera comunità, composta tutta di donne potenti in diversi ambiti e oggetto di forte considerazione. L’autrice del libro, che si fa chiamare “Piccolo Fiore”, (Hanako) è altrettanto misteriosa delle sue protagoniste: ho cercato diverse notizie su di lei in Rete, ma dappertutto si schiera davanti un paragrafo che la identifica come profonda conoscitrice delle geishe, che ha distillato il loro codice di comportamento per diffonderlo anche alle donne “normali”. Altrimenti, Hanako è la protagonista di diverse Anime e di una popolarissima leggendascolastica giapponese. Questo è l’argomento del libro: non si focalizza sulle geishe come personaggi, non ne fa la biografia, se non per citazioni di nomi famosi come Mineko Iwasaki, la protagonista de Storiaproibita di una geisha, ma compila una sorta di codice di comportamento, dividendolo in “Rituali”, che trasformava l’artista in una donna unica, una Regina speciale, talentuosa e desiderata. E’ una sorta di prontuario per donne, applicabile in tempi moderni, fatti i dovuti aggiustamenti di tiro. Pochi postulati, molto efficaci e TOTALMENTE CONTRARI al pensiero comune: donna, coltiva la tua intelligenza, la tua indipendenza, la tua personalità, la tua bellezza, comunque essa sia, per brillare e realizzarti PER TE STESSA. Gli uomini verranno dopo…perché capiranno che sei una Regina forte e complessa, dolce e determinata, sensibile e ragionevole, e non una principessa isterica che ha bisogno di dominare, attaccarsi, e di annullarsi al loro braccio per amarli e farsi amare. Niente virago in armatura, o fiore delicato da proteggere: una figura femminile sfaccettata, ricca e preziosa in ogni lato, rilassata e rilassante, un’Anima consapevole. Una donna che, all’occorrenza, perché no, può indossare l’armatura e lottare con la ferocia di una belva ferita, o togliersela per farsi amare e proteggere nella sua fragilità nuda, MA AL MOMENTO GIUSTO, E CON LA PERSONA GIUSTA. Questo libro è stata una ventata d’aria gelidamente fresca nell’afa opprimente, non solo atmosferica, ma anche spirituale di una società che non fa altro che imprimere valori sbagliati e sbilanciati nelle teste umane. Leggetelo e godetevi ogni parola, se desiderate conoscere davvero cosa fa e come si comporta una donna. Assaporate anche il linguaggio, perché la traduzione è davvero esemplare: oltre all’indubbia correttezza grammaticale e logica dell’espressione (che non sono affatto scontati come una volta), queste parole riescono a proiettarvi in un’atmosfera di raffinatezza rilassata, di determinazione dolce e ferrea e di profonda umanità e voglia di migliorare.


LoreGasp

lunedì 13 luglio 2015

Ti dico che non ho sognato – Donne chiare, donne scure, Regine inarrestabili

Un altro graditissimo omaggio, e un altro viaggio ricchissimo. E' uno di quei libri che amo molto perché mi mettono in fortissima difficoltà. Carmelo Pistillo, l’autore, condivide con il fratello Luigi, di cui ho letto Il paradosso di Pancrazio, lo stesso modo di scrivere colto, ricco di citazioni e riferimenti letterari inusuali, e dotato di potere evocativo, in grado di suscitare immagini nella mente altrui, e di creare metafore tutte loro, originalissime, per esprimere situazioni e sentimenti complicati e sfumati. E’ una raccolta di racconti, “dedicato alla donna occulta, perché ogni donna chiara è anche un po’ scura. Ne esiste un’altra, molto segreta. Così come in ogni uomo è rimasta viva l’espressione di quella sognata, più scura che chiara.” Questo dice l’autore nella sua prefazione, in cui si rivolge direttamente al lettore. Sedici racconti, sedici specchi in cui appare la figura complessa di una donna, giovane, matura, adolescente, sposa, mai madre, in primo piano o sullo sfondo, sempre catalizzatrice di eventi e vittima solo apparente. Lo stile di scrittura è elevatissimo e molto flessibile. Indubbiamente colto, sa rendersi comprensibile e oscuro all’occorrenza; come i suoi personaggi, tiene sulla corda il lettore, che spesso si agita nervoso di fronte a frasi elegantemente violente, o apparentemente distratte. Alcuni di questi si sono aggrappati alla superficie del mio cuore di granito, come Donna chiara, donna scura, storia di ombre alla Hoffmann, La poltrona con il tono da giornalista di cronaca nera che scivola sui protagonisti, ma che non può fare a meno di irriderli e di compiacersi delle loro povere azioni. Il segreto di Alice è una serie di bambole russe, una più bella dell'altra, adorabili portatrici di piccoli colpi di scena uno dietro l’altro. Thérèse mi ha innervosito e Puttanazzo un po' rattristato. Ho detestato Diario in tua assenza, perché l’assenza gelida dell’amato, di qualunque sua notizia, è la peggiore delle torture cinesi, per un’impaziente come me.
Cosa penso del libro? Non è per tutti. E' per chi ama essere divertito e intrattenuto, in atmosfere alla Kafka senza sentire tutta l'angoscia e l'assenza di qualunque tipo di speranza di questo autore. Per chi ama essere messo in difficoltà e catturato da un libro, e anche un po' esasperato. Per le lettrici come me, che cercano qualcosa di più sotto i cuori di carta dei personaggi, che vogliono leggere di sentimenti e comportamenti esasperanti e del tutto originali, senza nessun conformismo al dover sentire accettato dalla società. Per le lettrici come me, che vogliono poter guardare nell'animo di donne contorte, coraggiose e crudeli, non madri e contente di non esserlo, e vedersi rispecchiate come sarebbero, se avessero preso la decisione di essere così. C'è una completa assenza di speranza, in questo libro...le donne sono tutte regine nere, animi fortissimi, capaci di sentimenti estremi, di raffinatezze crudeli tipiche di Tanizaki e di una certa letteratura giapponese, per cui le donne sono sacerdotesse assetate di sangue e di spirito maschili, venerate come idoli, e implorate di esercitare tutta la loro crudeltà nascosta sull'uomo che le ama e le adora in modo folle, autolesionista.
Inutile sottolineare che le ho amate visceralmente tutte. Tutte. Tutte mie sorelle maggiori, immagini di quello che io non potrò mai essere. Una delle ragioni che mi fa amare questo libro è proprio il suo tuffo deciso a testa in giù nel mio lato buio, costringendomi ancora una volta a guardarlo e a tenerlo a bada. Non considerate questo titolo, se volete racconti lineari e tranquilli, con una ragionevole dose di colpi di scena o di avventura. Qui non c’è nulla di ragionevole, ma tutto di onirico e contrario al sentire comune; se amate sentirvi come Alice nel Paese delle Meraviglie, che avverte brividi di disagio sotto la bellezza dei paesaggi e dei personaggi che incontrava, al contrario, accorrete a leggerlo.


LoreGasp

venerdì 10 luglio 2015

L’inconfondibile tristezza della torta al limone – Un dono destabilizzante

Un titolo da Lina Wertmüller, ricco di ganci allettanti per la Furiosa. L’Amanita lo sa bene, per cui ha deciso di regalarglielo. E se insistiamo ancora un momento sulla questione delle parole attraenti nei titoli, la torta al limone è irresistibile per me, anche fisicamente. Amo tutto quello che ha gusto di limone: dai mangiabili (come torte, succhi di frutta, biscotti, ecc.) ai detersivi (il profumo. Non mi sono ancora azzardata a ingoiare cucchiai di Last al limone. Ho idea che non ne uscirei viva, o quantomeno sana.). E qui c’è una torta che per di più è triste. Come fa a essere triste una torta, che per sua definizione, è un tripudio di ingredienti buoni e appetibili, la cui unione dà vita ad una creazione che porta gioia e benessere? Non potevo lasciare questa domanda in sospeso per molto ancora. Chiedendo perdono (per l’ennesima volta) a tutti gli altri libri che attendono il proprio turno anche da anni, mi sono tuffata in queste pagine alla ricerca della risposta. Scopriamo subito che non è la torta a essere triste…ma chi la cucina. Triste, arrabbiata, depressa, angosciata, dubbiosa, felice, serena, determinata…e via di questo passo con tutte le sfumature del sentire umano. Rose Edelstein è una bella bimba dallo sguardo curioso e intelligente, che allo scoccare del suo nono compleanno, entra in contatto improvvisamente con uno dei suoi doni. E’ in grado di percepire i sentimenti di chi cucina il cibo che lei mangia. Senza nessuna avvisaglia, senza nessun avvertimento, la ragazzina si ritrova tuffata nei sentimenti forti e contrastati della mamma che le ha preparato davanti una gustosissima torta al limone, con la sua assistenza, al primo morso affondato nella grossa fetta sul suo piatto. Sente rabbia, Rose, una rabbia senza freni e del tutto inaspettata, se guarda il viso sorridente e intento nelle faccende della sua bella madre originale e talentuosa, e se guarda l’aspetto estremamente invitante e curato della torta. Eppure…è inconfondibile. Sotto lo zucchero, il limone, la farina impastati e cucinati con attenzione e pazienza, Rose avverte rabbia e tristezza dilaganti. Si spaventa, non capisce, pensa di essere malata. Smette di mangiare, piange, chiede l’aiuto della mamma, inventando un’indisposizione. Diventata improvvisamente cauta e spaventata verso il cibo, Rose riprova ad assaggiare altre pietanze, sempre preparate dalla madre, e di nuovo percepisce i suoi sentimenti. Capisce che non è lei a essere impazzita, malata o fuori posto: è una sua particolarità, un dono ingombrante e terrorizzante, che la porta di colpo nella sfera privata e tanto intima dei sentimenti nascosti delle persone. Non si compiace di questo suo talento, Rose. Da quel momento, e per almeno tre quarti del romanzo, la ragazza, che seguiamo nella sua vita fino a circa 22-23 anni, si protegge dal suo talento, sviluppandolo suo malgrado. Trova la forza di parlare di questo suo dono solo ad un amico del fratello Joseph, un ragazzino poco più grande di lei, George, un genio matematico e grande atteggiamento aperto di accoglienza. E’ l’unico amico che Joseph lascia avvicinare tanto a se stesso, anch’egli genio incompreso e molto schivo, e anch’egli possessore di uno sconvolgente talento che solo la sorella riuscirà a capire, alla fine, e che l’autrice tratteggia in modo delicato, da chirurgo attento e rispettoso verso l’organo profondamente malato che sta operando. George l’ascolta seriamente, l’accompagna a fare una prova presso un negozio di biscotti, e prende atto della capacità della ragazzina di sentire la noia e l’arrabbiatura del commesso che ha preparato i dolci, o la fretta e l’angoscia della sua collega, sempre di corsa e immersa in mille faccende per sbarcare il lunario. Da questo momento in poi, Rose inizia a proteggersi dal suo dono, scegliendo cibi confezionati e industriali, di cui avverte solo la fredda efficienza delle macchine che l’hanno cucinato e preparato. La seguiamo crescere, diventare adolescente e vivere la sua vita così ricca e bizzarra, in una famiglia piena d’amore e di solitudine, i cui componenti si distinguono per caratteristiche molto marcate e del tutto fuori del comune. Joseph diventa sempre più distante, va a vivere da solo, scompare e ricompare. Rose tiene a bada la sua empatia, consentendosi di provare poche emozioni, e molto contenute, finché un evento che coinvolge l’amato fratello inquietante non la convince a riesaminare le gabbie e gli sbarramenti con cui ha tenuto lontano il suo dono, come se fosse una bestia feroce da controllare e da cui stare lontani. E’ una giovane donna di 22 anni, seria, originale nel suo modo sfrondato di malizie di porsi davanti al mondo, interessante e incurante degli altri, e capisce di aver forse trovato una sua strada, forte e unica.

Se amate le atmosfere complicate come arazzi, questo è il vostro libro. Se non sapete fare a meno della dolcezza intessuta di tristezza e viceversa, con tanti fili d’umorismo e di stranezza, ornata di una certa oggettività distaccata e senza secondi fini, questo è il vostro libro. Così come lo è se amate i lati meno conosciuti degli animi umani, e le storie quotidiane attraversate da quel sottile e insistente filo di magia e di inspiegabile (siamo lontani da Harry Potter, qui), che tiene i sensi all’erta e muove le labbra al sorriso.

Loregasp

mercoledì 8 luglio 2015

La Principessa e la Regina – Donne...che non solo cercano i guai, ma se li creano.

LoreGasp

Come dice il sottotitolo, E altre storie di donne pericolose. Musica per le mie orecchie, visioni celestiali per i miei occhi, delizie per i miei neuroni.

Potrei concludere qui il post su questo libro interessante, tutto incentrato su personaggi femminili fuori dai canoni, soprattutto quelli della donna angelicata e tranquilla.

L’Amanita ha fatto cenno in alcuni suoi post, del fascino esercitato da alcune parole nei titoli dei libri, che spesso la spingono alla cassa senza passare dal via.

Per me è capitato con questo libro, che racchiude una serie di parole chiave per i miei neuroni sensibili: principessa, regina, donne pericolose, e…anche George Martin. Sì, da quando ho seguito in tv le stagioni de Il trono di spade, cerco voracemente tutto quello che quest’uomo ha scritto, e non è poco. Ho scoperto che c’è un secondo libro, seguito di questo, sempre dedicato ad altre donne pericolose.

Nel frattempo, sto aspettando un momento di calma per iniziare le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, in modo che possa anch’io recuperare qualche lacuna evidenziata dalla serie tv, che ho iniziato a partire dalla seconda stagione, perdendomi un sacco di personaggi che l’autore ha perfidamente fatto morire prima che io mi ci potessi affezionare.

Torniamo a questo libro, una raccolta di racconti di autori vari…la prima storia di donne pericolose è proprio di Martin, addirittura una sorta di “antefatto” della saga de Il trono, e ruota intorno ad una principessa e alla sua amorevole madre, la regina, appunto, che all’indomani della morte del re, anzi, forse qualche giorno prima, danno inizio ad una sanguinosa e lunghissima guerra per la successione al trono. Ciascuna la rivendica, e quando una delle due parti riesce a vincere, quella sconfitta non prende minimamente in considerazione l’idea di adattarsi e cedere sportivamente. Al contrario, non arretra di fronte a nulla pur di prendersi una sanguinosa rivincita che costerà davvero tantissimo.

L’atmosfera è quella cupa e piena di misfatti e intrighi de Il trono di spade, arricchita di un sacco di draghi che faranno soprattutto la parte delle vittime, essendo emblemi di potere e di potenza di fuoco (è il caso di dirlo), che non si esiterà a mandare al macello, pur di vincere. Le due protagoniste principali sono due modelli di freddezza senza nessun’ombra di cuore: Cersei Lannister può essere benissimo loro sorella minore.

Nell’introduzione, si mette in guarda il lettore sul fatto che nel libro non esistono donne che piangono terrorizzate mentre l’eroe (uomo) mette mano alla spada e si occupa di raddrizzare le cose. Allelujah.

In effetti, le donne protagoniste qui sono tutto, tranne che indifese. Sono ladre incallite, ridotte ai minimi termini dalla fatica e dal caldo di sfuggire ai loro inseguitori attraverso un selvaggio Far West pieno di polvere e aridità. Sono maghe non troppo competenti, ma molto brave a improvvisare e a togliersi dai guai più grossi di loro ed evitare incidenti diplomatici tra razze diverse e permalose. Sono splendide ed elusive semi-aliene, trattate da esseri inferiori, ma dotate di resistenza, furbizia e capacità da vendere, in grado di far precipitare dai loro piedistalli traballanti gli arroganti dominatori, convinti di appartenere alle razze superiori.

Sono anche, tuttavia, indomite ragazze russe di origine semplice, che nella Seconda Guerra Mondiale non esitano a salire ai comandi di un aereo per servire il loro paese, disponendosi non solo ad imparare qualcosa di difficile e alieno dal loro mondo, ma anche a superare se stesse per eccellere ed essere le numero 1.

Antica o moderna, di fantasia o ancorata alla realtà, la donna che vive in queste pagine mostra un lato di sé poco solito, poco conosciuto e solitamente temuto come la peste dal mondo intero, sia quello fatto dagli uomini (che cadono preda facile di queste forze della natura, ma come potrebbero mai pensare di resistere?), sia dalle donne che l’hanno soffocato e addomesticato, in nome di una convivenza pacifica e accettata all’insegna delle regole.

Volete passare qualche ora divertendovi e segretamente ammirando queste donne, spesso costrette a essere più forti di quanto avrebbero mai pensato di essere? Godetevi questi racconti. Altrimenti…potete pensare di rivolgervi a lidi più tranquilli.

domenica 11 agosto 2013

La lettrice bugiarda – La vita nel pizzo

Quando guardo i libri negli scaffali di una libreria, cercando il prossimo “da adottare”, mi ritrovo spesso a far correre la fantasia, pungolata dal titolo, per cercare di indovinarne la trama. Trama che di solito diventa del tutto personale, lontana da quella oggettiva, che poi evapora nel momento in cui leggo la presentazione nella copertina. Mi incuriosiva questa lettrice, e per di più bugiarda. Sono molto attirata dalla parola “lettrice”, perché mi sento tirata in causa per prima e poi, perché cresce l’aspettativa di essere presentata ad un’altra come me. Capita che questa parola sia seguita da altri termini, che la definiscono con maggior precisione. Una lettrice può essere molte cose, Irriverente o Rampante, come le proprietarie dei rispettivi blog, oppure di tarocchi, di fondi di caffè, di un certo tipo di libri, ecc., ma “bugiarda” ...? E’ una lettrice che mente su quello che sta leggendo? O è una persona che legge, abituata a mentire per abitudine? Per scoprire di più sulla trama, e mettere a tacere altre domande insensate come queste, mi sono decisa a leggerne il riassunto. Scopro che al centro di questo libro c’è una famiglia di donne strane e bizzarre, tutte dotate di un potere particolare, la capacità di leggere il pizzo, che vive a Salem, che custodiscono un segreto pesante, hanno subito perdite e ferite copiose, e due di esse sono gemelle. Un’occhiata, come di consueto, al titolo originale, The Lace Reader, e via verso la cassa. E’ un’abitudine che ho da sempre, per sentire come suona il titolo nella sua lingua madre. Un altro forte elemento di richiamo di questo libro, è l’ambientazione a Salem, città americana diventata tristemente famosa per una cruenta caccia alle streghe nel XVII secolo, che ha colpito la fantasia di diversi scrittori, come Nathaniel Hawthorne, nato lì, autore de La letterascarlatta, e come Stephen King, che vi ha infilato una spaventosa bocca dell’inferno, e Melissa La Cruz, che la rievoca nei ricordi delle sue dee in incognito.  Brunonia Barry, l’autrice di questo libro, ci invita nella Salem del 1996: una città moderna, che vive grazie al mare e al suo indotto, fatto di pesca, ma anche di barche a vela e regate, e di una particolare branca di turismo, quello dell’occulto. Quest’ultimo affonda le sue radici nell’immaginario collettivo, secondo cui Salem è diventata, grazie a quell’evento sanguinario, la città delle streghe. Ai giorni nostri, esistono congreghe di streghe che allestiscono negozi in cui vendono incensi, pozioni e filtri, rimedi naturali, e che talvolta partecipano alle rievocazioni delle cacce spietate di qualche secolo prima, per attirare e impressionare i turisti. La voce narrante del libro è Sophya Whitney, che si presenta in modo del tutto singolare: “Il mio nome è Towner Whitney. No, non è esatto. Il mio vero nome di battesimo è Sophya. Non dovete credermi. Mento continuamente. Sono pazza…questo è vero. Mio fratello minore,  Beezer, più gentile di me, dice la mia è una pazzia genetica. ‘Siamo pazzi da cinque generazioni’, afferma, come se fosse un distintivo da portare con orgoglio, sebbene ammetta che io potrei aver alzato il livello della nostra pazzia.” (Brunonia Barry, La lettrice bugiarda, Garzanti, pag.11)

domenica 4 agosto 2013

Il bambino indaco – Una discesa nell'oscurità.

Ho comprato questo libro un paio di mesi fa, e contrariamente alle mie abitudini, e alla mia lista infinita, ho deciso di farlo passare davanti a tutti gli altri, incuriosita anche dalle parole di Laura del blog La Libridinosa che l’aveva appena letto, e ne aveva l’amaro in bocca. Cosa ho trovato io, in questo libro? Una storia horror. Di quelle in grado di tenerti sveglio e terrorizzato anche in pieno giorno. Di farti avere attacchi d’ansia e ripensamenti quando fai bilanci nella tua vita, o guardi le persone che vivono con te, nella tua stessa casa, e ti chiedi improvvisamente se le conosci, se ne vedrai mai il mostro ottuso, se cambieranno mai, se ti parleranno e ti considereranno sempre senza odio. Nessun vampiro, nessun Freddy Kruger, nessun Jason da Venerdì 13, nessuna creatura aliena dai mondi paralleli di Lovecraft. I mostri di questa storia che ho definito impropriamente horror, sono quelli che dormono nei nostri corpi di esseri umani, di cui dubitiamo persino l’esistenza, e ci rallegriamo quando non ne vediamo traccia allo specchio, e tendiamo a considerarli per questo alla stessa stregua dell’Uomo Nero con cui ci spaventavano da bambini per farci dormire. Spauracchi che non esistono, non sono reali. E chissà poi cosa ci vuole, per farli uscire, sempre che esistano...grandi tragedie, grandi lutti. Oppure, come in questo caso, un evento del tutto umano, normale, quasi banale, ma sempre straordinario ogni volta che si verifica, a tutte le latitudini del mondo.  Carlo e Isabel sono una coppia di giovani uguali a molte altre, che si dividono tra Padova e Treviso, in una relazione gioiosa e pacifica, prima di unire le vite in un matrimonio molto desiderato e visto come il punto di partenza per una vita intera di progetti magnifici. Carlo è un piccolo imprenditore, con i piedi per terra, con precedenti esperienze sentimentali poco felici, e molto coinvolto nell’atmosfera di intimità e di pace in cui Isabel, bella ragazza svizzera dall’atteggiamento consapevole e spirituale, ha saputo accompagnarlo. Quando lei scopre di essere incinta, la perfezione di quel mondo a due è consolidata e cristallizzata. Apparentemente. Una notte, Carlo è convinto di sentire Isabel piangere in bagno, ma alle sue richieste di spiegazione, la moglie non risponde se non veloci rassicurazioni. Da quel momento in avanti, il porto intimo della vita di queste due persone si sbriciola pezzo per pezzo, inesorabilmente. Non c’è verso di fermare la corsa verso la distruzione finale, nonostante tutti i disperati  e tardivi tentativi almeno di deviarla. Non anticipo nulla degli avvenimenti, che si possono anche intuire piuttosto facilmente. L’autore ha saputo raccontarli trasformando la morbidezza delle parole che descrivevano il rapporto prematrimoniale dei due protagonisti, nella successiva incredulità, durezza, odio, cospirazione, dolore, estraniamento che man mano hanno fatto irruzione nelle tre vite coinvolte. Attraverso gli occhi di Carlo, vediamo Isabel trasformarsi in un autentico mostro: non esiste più la ragazza bella, morbida, innamorata dell’arte, studiosa di spiritualità, creatrice di oggetti belli per sé e la propria casa. Muore lacerata dagli artigli del gelido ideale di madre superiore, perfetta accuditrice di un figlio sano e forte, che la porta a isolarsi cieca nella sua fortezza di consapevolezza e a considerare gli altri e il mondo oscure minacce mortali da tenere a bada, a colpi di diete, incensi, meditazioni, rimedi naturali, alimentazione sana e povera. Spinta dal suo desiderio abnorme di essere una madre totale, Isabel diventa cieca e sorda. L’unica cosa che concepisce è che lei, e il marito, devono sforzarsi. Devono dare il massimo, insieme, devono sforzarsi, sforzarsi, sforzarsi. In alcune pagine che raccontano i primi inizi della corrosione della natura umana di Isabel, questa è la parola più usata, e ricorre come un’arma scagliata ad ogni piè sospinto, per soffocare ogni tentativo di comprensione, e di richiesta. Il marito diventa un problema, un aguzzino che non la capisce, che non vuole accompagnarla nella sua missione di proteggere suo figlio dall’inquinamento mortale del mondo, che ha smarrito se stesso e i ritmi della vita. Il figlio diventa un problema, ha bisogno di troppe attenzioni, troppe cose per crescere, spinto da una preponderante fame primordiale. Mentre accusa il mondo di essersi smarrito, Isabel smarrisce se stessa sempre più, fino a prendere decisioni terribili e disumane per il suo stesso bambino. In tutto questo, Carlo assiste quasi cieco e paralizzato. Probabilmente è difficile capire, per un uomo, perché l’istinto di una madre, di solito volto alla vita, segua la direzione totalmente contraria, pur mantenendo la convinzione di agire per il bene.  Pur sforzandosi di aiutare sua moglie e suo figlio, Carlo sembra sempre arrivare in ritardo, e agire sempre troppo lentamente, come se vivesse in un sogno brutto e malsano, dove i movimenti sono appannati e rallentati. Si rifiuta di credere che l’inferno faccia parte della sua realtà, e ci vorrà molto tempo perché lo guardi in faccia, ben oltre il tempo scandito dalle pagine stesse. L’azione definitiva, per una parte della storia, verrà compiuta da un’altra donna, la madre di Carlo, che accetta senza vacillamenti di esporsi ad un danno irreversibile per fermare il cammino impazzito della locomotiva Isabel, senza più controllo.  

Come ho detto, questa mi è sembrata una storia horror, una di quelle che mi terrà sveglia, a riflettere. E’ uno dei lati dell’Estate al Femminile, quelli che stanno più volentieri tra le ombre. Non essendo madre, non so capire perché e che cosa, nell’alchimia che trasforma una donna in madre, sia andato storto e si sia pervertito. Posso solo presumere che la terribile “ansia da prestazione” di cui sono generalmente afflitti gli uomini in certi campi delle loro azioni, tenda a colpire in questo modo le donne, soprattutto quelle più esposte e insicure, trasformandole in nutrici cieche e mortali. Mi vengono in mente i centinaia di casi di cronaca, in cui le madri non reggono le pressioni cui loro stesse si sottopongono con crudeltà, e distruggono se stesse e le famiglie che hanno creato. Isabel capisce bene che i ritmi di vita seguiti nell’Occidente non seguono più quelli della vita universale, ma questa sua consapevolezza finisce per alimentare le sue ansie, piuttosto che spronarla a rafforzarsi e a cercare e mantenere un equilibrio spirituale sano. Le viene detto che il suo bambino sarebbe stato una creatura speciale, di qualità superiore, un bambino indaco, e Isabel, nel tentativo di essere all'altezza di questo dono, perde completamente di vista la sua capacità di costruire per proteggere, e si isola, allontanando tutto e tutti. Nel libro, la questione della superiorità del bambino non viene mai affrontata apertamente, né viene smentita, affermando che si tratta di un “normale” essere umano. Tuttavia, non posso fare a meno di domandarmi se, per ogni madre, il proprio bambino non sia in fondo un “indaco”, un essere speciale, a prescindere dal fatto che lo sia sul serio! 

lunedì 8 luglio 2013

Lady Susan – Una donna...ingombrante e non convenzionale

Contemporaneamente all’Estate Tolkeniana, corre un’Estate al Femminile.  E’ un’estate in cui torno a certe mie origini per riprendere alcuni pezzi miei che avevo accantonato e trascurato, e da cui riparto per nuove strade, con una nuova visione, meditata, creata e attuata completamente da me. Uno dei pilastri di questa visione è la donna: la sua personalità, il suo modo di agire, il suo significato, il suo ruolo, la sua presenza. Cos’è una donna? Chi è una donna? Sono diversi anni che mi girano in testa queste domande inespresse. Le loro origini sono variegate, complesse. Affondano nella realtà, negli esempi che posso vedere in torno a me, e nei libri, classici, romanzi d’evasioni, saggi, che dipingevano cuori femminili forti, sconfinati, coraggiosi, ma anche deboli, frivoli, traditori, intriganti. Penso soprattutto ad alcuni romanzi e poemi del Settecento, in cui spesso si mettevano in luce gli errori e i difetti umani, con particolare insistenza su quelli femminili, che destavano particolare “scandalo”, e orrore. Choderlos de Laclos e la sua spaventosa Madame de Meurteil, Alexander Pope e la sua Belinda, sono i primi personaggi che mi vengono in mente. Restando nello stesso secolo di questi due autori, il XVIII secolo, mi sono fermata nel paese di uno di questi, la Gran Bretagna. In quegli anni, una giovane scrittrice crea personaggi femminili affascinanti, nati nel suo mondo di piccolissima aristocrazia, bucolico, riservato, gentile. In apparenza. Basta spostare le cuffiette ornate, sbirciare sotto le giacche sobrie dei gentiluomini per scoprire cuori da avventurieri, e spietatezze, seppur metaforiche, degne di scenari di guerra, duelli verbali condotti con la stessa sete di sangue di quelli combattuti con le lame, pur mascherati da maniere eccellenti e voci composte. La giovane scrittrice è Jane Austen. Una vita brevissima, la sua, durata solo 42 anni, spenta forse dal morbo di Addison, relativamente povera di avvenimenti, ma florida e ricchissima come produzione letteraria. Mi ha sempre colpito l’apparenza dimessa dei suoi scritti. Niente battaglie epiche, niente eroismi, niente scenari esotici, niente navi in tempesta, nessuna fanciulla minacciata da bruti/draghi/parenti cattivi, niente lacrime e svenimenti facili, niente segreti terribili, niente maledizioni secolari, niente vampiri malvagi, niente duelli all’alba. “Solo” una grande e piccola commedia umana. Una commedia che diventa il fulcro principale dei fiumi d’inchiostro versati da Balzac, che nasce poco più di vent’anni dopo, in un altro paese, ma che mostra lo stesso interesse per l’agire umano.

La diciannovenne Jane, che ha già al suo attivo tantissimi racconti, elabora con Lady Susan Vernon un personaggio di donna scomoda, disturbante, nell’arco di quarantuno lettere. La maggior parte di queste è scritta dalla stessa perfida Lady ad una sua amica e confidente, altrettanto perfida (forse un tantino più gelida). A queste si contrappongono le rimanenti, scritte da Catherine Vernon, la cognata della Lady, alla propria madre, e da Reginald De Courcy, suo fratello.  L’alternarsi dei punti di vista sulla stessa persona, o sulla stessa situazione, diventa una specie di gioco di specchi. Lady Susan è una donna amante dei piaceri, bella, affascinante, intelligente, scaltra, con un enorme talento sociale, ma quasi priva di mezzi. Il suo bell’aspetto, il suo stile, la sua conversazione briosa, sono le armi di cui si serve con calcolo per attirare gli sguardi e possibilmente un nuovo marito ricco che le garantisca una bella vita. Per perseguire il suo obiettivo, si disinteressa al limite dell’odio della propria figlia sedicenne, messa in un canto in un collegio con la scusa di curare un’educazione carente, e non esita a far “guerra” alle donne più giovani di lei, se incautamente le attraversano il cammino e minacciano di intralciare i suoi piani. Un temperamento da predatrice dissimulato da sorrisi angelici e comportamenti virtuosi, puramente di facciata. Sembra che a questo panzer in abiti Impero vada liscio ogni piano, impunita. Tuttavia, le marionette che ha così astutamente manovrato per tre quarti del breve romanzo, si risvegliano e scoprono di avere una propria testa e un proprio cuore, per cui, almeno una parte dei piani della cara Lady vanno in fumo. L’ho ammirata e detestata.
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