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lunedì 6 febbraio 2017

Leggere ... volare ... vivere!#31 - Le otto montagne


SimoCoppero

Non potevo scegliere compagni migliori di quelli che mi hanno tenuto compagnia in questo inizio anno. Mai avrei potuto pensare di poter tornare a leggere con così tanta passione.

Faccio una premessa prima di buttarmi a parlare di questo romanzo: io amo la montagna, la amo incondizionatamente come la piscina, sono i due luoghi che cerco con tutta me stessa quando ho bisogno di stare con me. Chi mi frequenta spesso mi sente dire “io scappo, in una baita, in mezzo al bosco, con una capre e la compagnia degli orsi”. Amo la montagna non commerciale, quella fatta di zaini, di partenze mattiniere dove i colori dell’alba iniziano a essere più vivi, di silenzi durante il cammino e di ascolto della natura, di animali che ti studiano da lontano ma che percepiscono che non sei un pericolo, di punte che ti aspettano dopo la fatica.

Le otto montagne non è solo un romanzo, è poesia, è umanità, è montagna, la mia montagna. Scritto con la passione che solo chi la ama così tanto può avere nel descriverla in modo così sublime, come il pittore con la sua migliore tela.

L’amicizia che nasce tra due bambini, che cresce tra torrenti, alpeggi e baite diroccate, i prati, gli animali, le camminate, che cresce con il passare degli anni pur prendendo i due ragazzi strade di vita diverse, per poi ricongiungersi e allontanarsi di nuovo. Ho pianto leggendolo, mi sono commossa, mi sono emozionata, ho rivissuto una montagna che per tanti versi non esiste più, che è stata soffocata con l’incalzare del progresso e della comodità.

Grazie all’autore per questo viaggio durato duecento pagine circa, grazie per avermi portata nel Grenon e ai piedi del Monte Rosa, a Grana, nell’alpeggio di Bruno, dove mungere le mucche e produrre tome è stata sopravivvenza. E’ veramente stato unico e bellissimo.


La copertina può essere compresa appieno solo dopo aver letto il libro e la trovo azzeccatissima. Alla prossima avventura Paolo Cognetti e infinite grazie.

domenica 2 febbraio 2014

Il ragazzo selvatico – Poesia pura

Inizio a dire che non amo molto la poesia. I libri di raccolte di poesie sono le ultime cose che leggo, e solo quando sono costretta. Ritengo di non essere lirica d’animo a sufficienza per apprezzarle, nonostante mi lasci colpire spesso e volentieri dalle emozioni. Questo libro, che rappresenta la seconda tappa del Giro d’Italia Letterario, mi sta insegnando una nuova definizione di poesia. E’ una poesia che percepisco nello stile semplice e suggestivo e nel soggetto principale del libro, la montagna. Il sottotitolo racchiude già l’essenza dello scritto: Quaderno di montagna. La voce narrante, che con tutta probabilità appartiene allo stesso Paolo Cognetti, parte a raccontare di un momento in cui anche lui, come un illustre compatriota vissuto secoli prima, si ritrovò nel mezzo di cammin di sua vita, ché la diritta via era smarrita. Trent’anni o poco più, sfibrato da una vita in corsa sempre uguale, con voglia di progetti rasente lo zero, con troppe zavorre alle caviglie, Paolo decide di ascoltare un’antica passione, un’antica voce che urla rauca nel suo essere, che lo spinge fuori dalla città per piombarlo in un amore provato da sempre, quello per la montagna e la sua vita. Ha una discreta somma di risparmi, tanti libri da leggere, un desiderio lancinante di ritrovare la voglia di scrivere andata persa sotto pensieri e preoccupazioni da logorio della vita moderna. Apre la porta di una baita chiusa da diverso tempo, ed entra in una nuova dimensione, fatta di silenzio innaturale di notte, innumerevoli rumori e fruscii di vita durante il giorno, altri ritmi, apparentemente lenti e misurati, rapporti umani stringati ma molto intensi con i suoi occasionali vicini di casa (per modo di dire: non ci sono vie lastricate di marciapiedi, palazzi combacianti e appiccicati l’uno all’altro, ma valli e vallette, piccoli boschi o crinali a separarli), e rapporti sui generis persino con gli animali che ogni tanto si fanno vivi nei suoi dintorni: una lepre occasionale, i cani pastore delle mandrie, qualche cerbiatto predatore di erba fresca.  Ho letto questo libro in silenzio. E non mi riferisco solo al silenzio esterno (niente radio, televisione o brusio umano da pullmann/treno), ma anche a quello interno. Capita, ogni tanto, che il libro che si sta leggendo faciliti altre riflessioni in sottofondo, poiché la nostra mente fantastica è in grado di ospitare milioni di pensieri, immagini e ricordi tutti in una volta. In questo caso, mi sono disposta ad ascoltare e basta. Tutte le domande o le riflessioni che nascevano, venivano zittite e rimandate ad altro momento: durante la lettura era importante per me, cogliere lo spirito di quelle parole semplici e rotonde, di quei sentimenti calmi e corroboranti al tempo stesso. L’autore parla di un tormento, di un blocco nella sua vita, che riesce a sciogliere piano piano, pur sentendosi sconfitto, immergendosi in un’altra vita e nel mettersi continuamente alla prova sullo sfondo di un ambiente che non fornisce tanti aiuti, che è meraviglioso ma esige una conoscenza approfondita ed elastica per poterci sopravvivere e per poterne godere. Se amate la montagna, e ogni volta che potete vi immergete nei suoi silenzi, troverete un fratello in questo libro. Altrimenti, potrebbe essere un po’ difficile apprezzarne la mancanza di azione (spericolata, almeno) e le descrizioni profonde e molto sentite di paesaggi, animali e piccola vita apparentemente semplice. 
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