Quando ho visto la copertina per la prima volta, letto il
titolo, l’autore, ho pensato: “cosa c’entra Harry Potter con un seggio? Si sarà
fatto eleggere? E’ la storia della sua vita nel post-Voldemort?” Vergognandomi
un po’ della mia banalità subito dopo. Come se un autore dovesse rimanere per
sempre legato ai suoi personaggi, soprattutto se un po’ ingombranti come Harry
e la sua cicatrice. Se ci penso meglio, tuttavia, la curiosità di sapere che sta
facendo il mago, ormai padre di famiglia (se ben ricordo le ultime pagine de I
doni della morte) riemerge, quando mi capita di leggere il nome della sua
creatrice. No, non ho sniffato, bevuto cose strane, dato fuoco ai miei neuroni:
è solo uno degli atteggiamenti dei lettori furiosi, di cui parlavo qualche
tempo fa. Si entra nei libri, ci si lega ai personaggi, si vive con loro, e
quando si chiude la copertina, si vorrebbe poter avere la possibilità di fare
una telefonata ogni tanto, solo per sapere come sta andando…va bene, forse c’era
qualche gusto strano nel the delle cinque, oggi. Tornando a J.K. Rowling e alla
mia reazione un po’ stereotipata al suo nuovo libro, passato il rifesso-Potter,
ho indagato in copertina di cosa si trattava. Siamo di nuovo in Inghilterra,
nella campagna inglese, lontana da Londra. A prima vista, la cittadina di
Pagford è l’ennesimo elemento della cartolina: casette dai colori chiari, fiori
e giardini curati, tendine a fiocchi, un’antica abbazia sulla collina
verdissima. Nulla di particolarmente originale. La prima scossa arriva con una
morte, proprio all’inizio del libro: tre pagine in cui si descrivono gli ultimi
istanti di vita di Barry Fairbrother, esimio cittadino di Pagford. Già nel
secondo capitolo, si capisce che l’architettura stucchevole delle case, i
giardini curati, le maniere educate, sono facciate belle che ricoprono
intrighi, insensibilità, crudeltà giovanile, indifferenza, doppiezza,
arroganza, superbia, disperazione e degrado, non solo fisico. Il negativo della
fotografia panoramica da cartolina, vero?
giovedì 24 gennaio 2013
lunedì 21 gennaio 2013
Breaking Dawn – Respiro trattenuto fino all’ultimo (da chi non respira più…)
L’atmosfera del libro si fa davvero pesante, angosciosa: i
vampiri sanno che hanno infranto un tabù, per quanto non completamente, e non
sanno quanto saranno ragionevoli i Volturi e quanto desiderio avranno di
ascoltarli, prima di ucciderli. Non sono famosi per i loro gesti
misericordiosi. Tuttavia, la famiglia Cullen non è disposta ad aspettare il suo
destino con le mani in mano. Poco dopo la nascita e la crescita di Renesmee,
Alice e il suo compagno Jasper scompaiono misteriosamente e in tutta fretta,
non lasciando nessun indizio. Tutto ha l’aspetto di una fuga disperata, nel
tentativo di salvarsi abbandonando tutto. Alice, tuttavia, lascia un indizio
solo per Bella: sa bene che Edward non riesce a leggerle la mente, per cui non
scoprirà tanto facilmente le intenzioni della sorella. Mentre si allenano a
combattere, tentando di insegnare alcune tecniche il più velocemente possibile
alla neonata Bella, cercano l’appoggio di altre comunità di vampiri,
praticamente da tutto il mondo. La loro intenzione è quella di presentare
Renesmee agli altri vampiri, sottolineando il fatto che la bambina cresce, e
non è una terribile e pericolosa bimba immortale, il vero e proprio tabù della comunità.
Cercano testimoni che facciano numero e che convincano, almeno temporaneamente,
i Volturi a stare a sentire, prima di agire.
mercoledì 16 gennaio 2013
Breaking Dawn – Una via tortuosa verso la conclusione
Avevo detto basta con i vampiri. Tuttavia, non potevo
tralasciare Breaking Dawn, che conclude la saga dei vampiri vegetariani più
strani della letteratura a tema. Mi è capitato tra le mani, mentre stavo
leggendo altro, e non ho potuto fare a meno di berlo tutto d’un fiato. In
fondo, non è Spinoza: è un romanzo d’evasione, scritto facilmente, e con una
trama semplice. Bella e il suo vampiro si sposano: il giorno del matrimonio è
una gran festa, nonostante alcune facce dubbiose (il padre della sposa, per
esempio), poco convinte delle spiegazioni fornite per giustificare la fretta
del lieto evento, senza una gravidanza in vista, soprattutto. La festa del
matrimonio viene movimentata un po’ da Jacob, il licantropo innamorato di
Bella, che non riesce a digerire completamente l’amore vampiro della sua amica,
e soprattutto la sua imminente trasformazione. La luna di miele, iniziata in
modo abbastanza zuccheroso con l’attesa della prima volta da parte della
ragazza, ha un brusco decorso verso la tragedia, dopo pochi giorni. Bella è
incinta. E la cosa più sorprendente, oltre ad essersene accorta dopo pochissimi
giorni, è che la creatura dentro di lei cresce a vista d’occhio. E mentre lei
cresce, la madre deperisce e soffre. Questo precipita tutto nella tragedia:
Bella è ancora umana, e la creatura dentro di lei è un ibrido strano, ma anche
contro la legge, la legge dei Volturi. E’ proibito creare vampiri, e
soprattutto bambini vampiri perché la loro giovane età potrebbe rivelarsi un
pericolo, quando si tratta di controllare i propri impulsi di caccia. Non tutti
i vampiri seguono la dieta speciale dei Cullen…la maggior parte ha gusti
tradizionali.
lunedì 14 gennaio 2013
Storia proibita di una geisha – Quando i riti diventano carne.
Quello che mi colpisce delle parole di Mineko, è l’enorme
importanza dei simboli, dei gesti, dei riti, che diventano davvero carne, e che
sono rispettati profondamente. I rapporti tra le persone non sono molto
spontanei: anche quando è bambina, Mineko impara a rivolgersi con rispetto,
mortificando i lati più grezzi e subitanei del proprio carattere, per onorare e
ringraziare i suoi maestri, e le persone che si occupano dei suoi abiti, del suo
vitto, permettendole di esprimere il suo talento di danzatrice. Tutti coloro
che vivono nel quartiere di Gion Kobu, vivono e lavorano solo in funzione della
propria missione: raggiungere ed esprimere la perfezione. Le domestiche lavano,
puliscono e purificano ogni punto della casa, come se ne andasse della propria
vita. E quando non svolgono i loro incarichi al massimo, sono travolte dalla
vergogna dei criminali. Ogni movimento della geiko e della maiko è fortemente
ritualizzato, codificato. Se qualcosa non è sistemato bene, se non viene
eseguito con il giusto movimento e la giusta grazia, la stonatura che ne deriva
si ripercuote sull’artista, ma anche su chi l’ha aiutata, formata e addestrata.
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Storia proibita di una geisha
venerdì 11 gennaio 2013
Storia proibita di una geisha – Un’apparente ironia e una determinazione feroce
“Credo ci sia una
grande ironia nella professione che ho scelto. Una per fetta geiko è sempre
sotto i riflettori, mentre io ho trascorso la maggior parte della mia infanzia
nascondendomi nel buio di un armadio. Una perfetta geiko fa uso di tutte le
arti in suo possesso per soddisfare il suo pubblico, per regalare splendide
sensazioni a ogni persona che incontra, mentre io ho sempre preferito attività
solitarie. Una perfetta geiko è un elegante salice che si flette al servizio
degli altri, mentre io sono sempre stata, per carattere, testarda, incline a
contraddire tutti e molto, molto orgogliosa.” (Mineko Iwasaki con Rande Brown, Storia proibita di una geisha, Newton Compton Editori, pag.11) L’ho amata molto,
subito. Un carattere indipendente, tignoso, una determinazione d’acciaio e
talento da vendere. E questa sfida con se stessa, costante, immutabile,
instancabile. “Mentre una perfetta geiko
è una maestra nel creare un’atmosfera di rilassato divertimento, io non amo
particolarmente stare in compagnia. Una geiko che brilla non è mai, mai sola e
io, invece, ho sempre preferito stare per conto mio.” (ibidem) A prima vista,
si potrebbe dire che ha sbagliato mestiere. In realtà, era lei la geiko
perfetta perché possedendo il talento artistico necessario e un atteggiamento
caratteriale completamente all’opposto, ha saputo unire le due cose lavorando
sui propri spigoli, senza fermarsi mai, ma rilanciando ogni volta con forza. Ha
sublimato i suoi sforzi in un’espressione artistica unica, elevatissima,
superando tutte le sue contraddizioni. “Bizzarro, vero? E’ come se avessi
scelto deliberatamente la strada più difficile, quella che mi avrebbe costretto
a confrontarmi con i miei limiti e a superarli. Effettivamente, se non fossi
entrata nel karyukai penso che sarei diventata una monaca buddista. O chissà,
una poliziotta.” (ibidem) In un paragrafo, Mineko fornisce la fotografia della
propria essenza. Una vita al servizio dell’arte, che l’ha portata davvero a
contrastare e a superare i propri limiti, in una lotta invisibile ma non meno
feroce, per quanto combattuta sotto il cerone bianco e la seta voluminosa dei
suoi kimono.
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giovedì 10 gennaio 2013
Storia proibita di una geisha – Una vita in sfida continua!
Le prime pagine di un libro sono sempre importanti. In
questo caso, già dalle prime parole, Mineko fornisce una mappa semplice ma
efficace per guidare chi legge le sue parole all’interno della sua personalità,
e all’interno di quel mondo etereo ma blindato delle “donne d’arte”, le geiko.
Già a partire dalla sua scelta di parlare di sé e del suo mondo, si rivela una
rivoluzionaria, una persona abituata ad andare controcorrente. Il karyukai, il “mondo del fiore e del salice”
è il mondo dove nascono (anche solo “artisticamente”), vivono, si addestrano e
si esibiscono le geiko e le maiko (le danzatrici). E’ un quartiere che si trova
in alcune città, come Kyoto, dove si coltivano e si gustano i piaceri delle
arti concretizzati ed esibiti dalle donne. Nonostante la musica, la danza, e il
frastuono dei banchetti, il silenzio è quello che contraddistingue il karyukai,
che impone alle donne che ne fanno parte di non parlare di sé, bloccandole
sotto il peso della tradizione, aumentando l’alone di mistero che già circonda
tutto quello che riguarda le geishe. Mineko, tuttavia, non è una geiko “come le
altre”: “Tuttavia sento che è venuto il momento di parlare. Voglio che sappiate
cosa significa realmente vivere la vita della geisha, un’esistenza colma di
enormi sfide professionali e di magnifiche soddisfazioni.” (Mineko Iwasaki con Rande Brown, Storia proibita di una geisha, Newton Compton Editori, pag. 7)
venerdì 4 gennaio 2013
Storia proibita di una geisha – Un mondo enigmatico
Il 2012 era l’anno del drago. Questo sarà l’anno delle donne…e
io personalmente ho voluto iniziare da una figura particolare di donna, la geisha. Come dice molto bene una
delle prime righe della definizione
offerta da Wikipedia, le geishe sono ERRONEAMENTE assimilate a prostitute,
soprattutto in Occidente. Sembra che noi Occidentali abbiamo una particolare
predisposizione per commettere errori di questo genere…soprattutto quando si
tratta di cose complesse e sfumate, difficili da inquadrare con un’etichetta
sola, e possibilmente piccola e veloce. La geisha è una figura di donna molto
raffinata, l’incarnazione della bellezza e delle arti, la padronanza del bello
nell’aspetto, nelle forme e nei movimenti. Le foto che vediamo comunemente di
geishe mostrano donne esili, dai volti bianchissimi da bambola come lineamenti
e colori, coronate da acconciature spesse, pesanti, decorate e avvolte in
kimono strettissimi e fantasiosi. Non
sembrano appartenere al nostro stesso mondo.
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