lunedì 16 aprile 2012

Tre atti due tempi – Un gioco pericoloso

Il protagonista che narra la vicenda è un magazziniere, padre di un calciatore giovane, ambizioso e sicura promessa, che sogna la serie A e una vita di soldi a pioggia e comodità infinite. Proprio inseguendo la sua ambizione, il giovane accetta di “vendere” la partita ad alcuni figuri poco chiari, che risulteranno poi avere collegamenti  in alto, e in posti impensati. Il padre, soprannominato Silver, scopre quasi subito il gioco sporco, e ne rimane folgorato di dolore.  E’ un personaggio, però, che è abituato a ricevere pugni in faccia e a contraccambiarli con forza, essendo stato un pugile in gamba in gioventù, passato attraverso gli stessi sogni di gloria e lo stesso contatto ruvido con la realtà fatta di scommesse truccate e soldi facili. Di fronte ad una situazione del genere, si può agire o subire. SIlver agisce, e lo fa in maniera creativa, astuta, cogliendo di sorpresa il lettore, che non si aspetta un guizzo brillante come quello, e lo stesso personaggio, che non si aspetta di trovare in se stesso un gusto per l’intrigo e la soluzione sottile, avendo sempre adoperato i pugni per sistemare i problemi. Tre quarti del libro è dedicato allo svolgersi di questa “risoluzione” al problema della partita truccata nel tentativo di sventare il crimine e di salvare l’”anima” (e soprattutto la fedina penale) del giovanotto ambizioso e impulsivo. Naturalmente, mi guardo bene dallo scendere nei particolari: è talmente ben congegnata e così poco prevedibile, che si può solamente assistere, facendo il tifo (siamo in tema) per Silver, e trattenendo il respiro ad ogni suo passo falso o esitazione.  I colpi di scena sono finiti? Certo che no. Faletti non lascia riposare chi lo legge tanto facilmente, e non lo rassicura con un lieto fine completo. Anche solo una goccia d’amaro, ma questo arriva a intorbidare un angolo di tutta la fatica fatta per districarsi in una situazione complicata, criminosa e gigantesca. E’ quello che mi piace del modo di scrivere libri di Faletti: le situazioni possono anche essere al limite della fantasia più pura, ma hanno sempre spazio per i graffi degli artigli della realtà, per quanto più leggeri e meno sanguinari di quanto succede al di fuori dei libri.

5 commenti:

  1. Non sono un tipo sportivo, frequento da anni la piscina per la terapia in acqua; il pensiero di undici ometti in pantaloncini che sudano per tirare calci ad un pallone… beh, mi domando spesso che gusto ci trovino. Non che due ometti in pantaloncini che si prendono a pugni su un ring… Comunque: de gustibus!
    Del resto il marcio è ovunque, niente di strano che dove si concentra un po’ di attenzione, inizino a circolare anche altri interessi, una specie di “indotto” che ricorda l’antico sistema feudale (una rete di intrallazzi che coinvolge tutti, dai grandi proprietari terrieri fino ai piccoli valvassini) cambiano i nomi, le ambientazioni, ma non il comportamento umano.
    Mi trovi però d’accordo su Faletti: sorprende, non lascia riposare, tira fuori qualcosa di assurdo che però in quel contesto non potresti trovare più adatto. Goccia d’amaro inclusa.

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  2. Penso a quello che è successo a ieri allo stadio di Marassi
    dove i giocatori si sono spogliati per ordine dei tifosi. Scommesse,...Non sarebbe ora di ripensare algiocattolo? Non sarà che il giocattolo si sia rotto?

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    1. Hai ragione Sara: il giocattolo si è rovinato sempre di più fino a rompersi. E sarebbe davvero ora di ripensarlo e ridisegnarlo, raddrizzando i parametri: perché fa tanta notizia un calciatore che rifiuta di vendersi, com'è capitato mesi fa? Quella dovrebbe essere la cosiddetta "normalità" (passatemi il termine), e invece è diventato un caso da studiare in laboratorio.

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  3. Lo sport, il vero sport non può che essere dilettantistico. Il professionismo a mio avviso è un sport di serie "B". SE voglio vedere il calcio quello vero vado a vedere giocare i ragazzini sui campetti di periferia. Lì vedo veramente lo sport e mi diverto: Non c'è nulla in palio se non il puro divertimento.

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    1. Penso anch'io che sia così. Sui campi di calcio con i ragazzini si può parlare di gioco, ma su quelli degli adulti si parla di business e di maneggi per avere più soldi, sempre di più, in una corsa avida a chi accumula più benefici. Come se non fossero abbastanza pagati e riveriti come caricature di dei...

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