giovedì 9 agosto 2018

Antonio Infuso – Suicidi al sorgere del sole – Riti mortali

LoreGasp


È un’estate calda, questa. I ventilatori e l’aria condizionata rendono migliori le condizioni del corpo, ma cosa si può fare per lo spirito, la mente, che tendono ad addormentarsi con la calura oppressiva? Seguire un commissario nelle sue indagini. Se non si può fare sul serio (il corpo di Polizia non sembra accogliere volentieri distrazioni di alcun genere nelle sue indagini), allora è necessario rivolgersi altrove. Ad uno scrittore come Antonio Infuso, per esempio, che ha creato un commissario in gamba e poco negli schemi come Stefano Vega. Qui siamo alla sua seconda indagine, con Suicidi al sorgere del sole, pubblicato da Intrecci Edizioni poco prima del Salone del Libro 2018 (#salto2018, rieccolo).

Un suicidio è un avvenimento tragico. Dieci sono una strage. Un’ecatombe e un rompicapo allo stesso momento, che tiene inchiodata la Sezione omicidi della Polizia di Torino. Perché?
Quando apriamo il libro, è appena avvenuto l’ultimo. Dieci suicidi nell’arco di circa due anni e mezzo (2012-2014), ritmati con i cambiamenti stagionali, al momento del solstizio o dell’equinozio, sempre all’alba. I suicidi non sono mai soli: si tratta sempre di uomini che prima di suicidarsi, uccidono. Sempre una donna: una moglie, una fidanzata, una convivente, persino una vicina di casa. Sono suicidi-omicidi, se vogliamo essere precisi.

Manca un particolare, poiché la stranezza di queste morti non è ancora sufficiente.
I suicidi avvengono secondo un rito giapponese molto antico, il seppuku, utilizzando un apposito coltello, il tantò.

Ci sono biglietti, spiegazioni, tracce? Nulla. Il buio totale. Nemmeno la luce dell’alba che accompagna queste morti rituali riesce a gettare luce. Niente nella vita delle vittime. Niente coinvolgimenti strani in giri malavitosi, niente cadute irreversibili in crisi depressive, niente vendette. Nessuna appartenenza a sette, nemmeno a quelle più bizzarre o pericolose. Niente nelle comunità cino-giapponesi, soprattutto i circoli culturali. Niente nei negozi specializzati nella vendita di oggetti rituali come quei coltelli.

La task force creata appositamente per questo caso riesce a isolare pochissimi elementi comuni, tracce deboli, debolissime, come i cambi stagionali, i ruoli della coppia di vittime, e la presenza nei tabulati telefonici di chiamate brevissime ai numeri dei suicidi omicidi. Ecco tutto.

Sfugge ancora il motivo e colui, o coloro, che provocano quest’ondata di morti dall’ombra.
Impantanati in questo labirinto sempre più stretto, il questore e il giovane commissario Davide Cavallero, i responsabili delle indagini, considerano di dover chiedere un aiuto. Hanno bisogno di qualcuno che abbia un’altra forma mentis, un altro modo di pensare, e sufficiente coraggio per tradurlo in realtà. Qualcuno che si infili nella mente dell’assassino o degli assassini dietro questa ecatombe di suicidi, e che sia in grado di trascinarlo fuori dal suo pozzo nascosto.

Esiste qualcuno così? Sì. Non è a Torino, al momento. E non è nemmeno una presenza troppo gradita. Qualcuno in Polizia lo vede peggio del fumo negli occhi e preferirebbe rivolgersi a Satana in persona, piuttosto che rivederselo davanti.

Non è tempo di fermarsi sulle proprie esperienze personali: dieci suicidi-omicidi sono tanti, e si deve fare TUTTO quello che è richiesto per fermarli e punire i colpevoli.

Dall’altra parte, nemmeno Stefano Vega, colui che possiede le caratteristiche opportune, fa i salti di gioia all’idea di ritornare a Torino, e lasciare il suo auto-esilio di protezione a Cuba, dove ha ricostruito una vita e un amore.

Cosa sarà mai accaduto, che rende così pesante la presenza di Vega a Torino? Qui riusciamo a carpire pochi indizi, il commissario è abbottonatissimo sul suo passato e le poche battute sarcastiche di coloro che sanno ed erano coinvolti come lui, vengono subito bloccate sul nascere.

Ripeto, non è tempo di baloccarsi con le recriminazioni o le rievocazioni dolorose del passato. Questa indagine preme, e diventa sempre più oscura, macchinosa. Stefano Vega mette in campo le sue intuizioni fuori dagli schemi e si fa aiutare nelle sue indagini “collaterali” dalla sua personalissima task force, che lo segue da Cuba. E anche da alcuni personaggi ai limiti della legalità, quelli dotati di talenti così particolari nelle comunicazioni e nelle ricerche e che raramente utilizzano alla luce del sole.

Vega è un commissario al di fuori degli schemi, non l’ho forse detto?

Di aspetto aitante, con quell’eleganza tinta di sportivo che non si prende troppo sul serio, è un uomo abituato a valutare, agire, sempre in anticipo, sempre vigile. Forte al limite dell’arroganza, molto leale, anche se disposto a varcare i confini quando sono più labili e i contorni si fanno sfumati. Non è nemmeno così facile inquadrarlo; queste sono le caratteristiche che maggiormente mi hanno colpito, ma il Vega ha molto di più in serbo. Non lo mostra, è molto cauto. Qualcuno, però, coglie il lato più potente e misterioso del commissario, e instaura con lui un bel rapporto empatico, oltre le parole. Del resto, con la bellissima Loba le parole servono a poco. Solo i comandi (a volte) ottengono risultati. Pare che con i pastori tedeschi come lei si rivelino particolarmente utili! :-D

Questa indagine non è affatto semplice, e ad ogni passo in avanti, Vega finisce nei drammi, in vicoli ciechi, rischia forte in prima persona. È il suo intuito sviluppatissimo, tuttavia, che lo guida a guardare oltre gli intoppi e anche i bastoni tra le ruote che qualcuno in Polizia non gli fa mancare, e a rivolgersi alle persone giuste, fino alla verità.

Se Vega affronta ogni genere di fatiche, accompagnato dalla sua squadra e da Loba, compagna trovata sul campo, noi lettori ci divertiamo e siamo intrattenuti dallo stile scorrevolissimo e sempre mutevole di Antonio Infuso. Probabilmente è la sua formazione professionale (giornalista, addetto stampa e poi scrittore) che gli fa adottare la struttura opportuna per ogni momento della storia, accelerandola, rallentandola, sfrondandola e caricandola dove necessario di mistero e anche una certa dose di angoscia… soprattutto quando sembra che non si riesca a sciogliere nessun nodo!

Poiché questa è la seconda indagine di Vega, andrò a cercare la prima. Sono troppo curiosa di sapere cos’è capitato al commissario, al punto da spingerlo dall’altra parte del mondo, e di rendergli pesante il rientro a Torino. E anche perché qualcosa, nel finale di questa indagine, mi ha fatto sobbalzare.

Farà sobbalzare anche voi. Vedrete.

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