Ogni tanto, mi sorge l’impulso di virare decisamente verso la
direzione opposta a quella che sto percorrendo. Dracula non ha molta attinenza
con Lady Susan e la questione femminile, o con Frodo che sta per capire in
quale ginepraio si sta tuffando con quel bell’anello d’oro lasciatogli dal caro
zio Bilbo. Ieri pomeriggio stavo guardando la mia vecchia libreria in casa dei
miei genitori, che raccoglie la mia collezione libresca giovanile, riscoprendo
vere e proprie perline. Una di queste è Il racconto su Drakula voevoda, di cui
mi ero completamente dimenticata. E’ un gioiellino non solo per il contenuto,
ma anche per l’aspetto. E’ uno dei libri di formato piccolino editi da
Sellerio, con quella copertina di carta pesante ripiegata, di un informe colore
grigio o blu, molto essenziale, su cui spicca, incollata, un’immagine solitamente
di un quadro o di una stampa poco conosciuti, dei secoli passati. E’ uno di
quei libri che a me piace immensamente tenere tra le mani come se fosse uno
scrigno, e accarezzare come se fosse la lampada di Aladino custode del
potentissimo genio. E’ un libro antico d’aspetto, per quanto non lo sembri
affatto: stampato nel 1995, con un prezzo ancora in lire. Sulla copertina
spicca un’immagine a tinte scure di un olio risalente al primo quarto del XVIII
secolo, conservato al Museo Russo di Stato di San Pietroburgo. E’ un gentiluomo
dal viso serio, con tratti marcati, e occhi profondi dall’espressione ferma e rapace.
Le mani sono grandi, forti e suggeriscono una presa spietata, nient’affatto
gentile. Un bel ritratto di Dracula, quello storico. Se non fosse per la foggia
dell’abito che indossa, che a malapena s’indovina sullo sfondo scuro, e che è
troppo moderna per l’epoca in cui visse davvero, non si avrebbero dubbi. E’ un
piccolo gioiello, questo libro, perché parla di un frammento di storia umana,
di un personaggio passato alla storia per la sua estrema crudeltà, raccontato
da un monaco sconosciuto, di cui è rimasto solo un nome, Efrosin.
