lunedì 18 marzo 2013

Il tormento e l’estasi – L’estasi nel tormento…o forse solo più l’estasi


Per concludere il ciclo di post dedicati a questo libro impressionante (per mole, argomento, stile, profondità di sentimenti e significati), riporto qui una bellissima e-mail inviatami da Marzia, cui lascio la parola.



"Un lettore accanito di solito detesta sentirsi raccontare la fine di un libro.

Di solito anch’io odio le anticipazioni: voglio mordicchiare e gustare ogni paragrafo, masticare parola dopo parola.

Così invio questa mail a Loredana e lascio decidere alla “padrona di casa”.

  

Quella sera, insonne nel suo letto, pensò: <<La vita è stata bella. Dio non mi ha creato per poi abbandonarmi. Ho amato il marmo, sì, e anche i colori. Ho amato l’architettura, e anche la poesia. Ho amato la mia famiglia e i miei amici. Ho amato Dio, le forme della terra e del cielo, e anche la gente. Ho amato con tutta l’anima la vita, e adesso amo la morte che ne rappresenta la conclusione naturale. Lorenzo il Magnifico sarebbe contento: per me, le forze della distruzione non hanno mai prevalso sulla creatività>>.

(…)



- Le mie ultime volontà, Tommaso… - Le forze cominciavano a mancargli – Lascio la mia anima nelle mani di Dio… il mio corpo alla terra… le mie sostanze alla mia famiglia…

(…)

Calavano le ombre del crepuscolo. Solo nella stanza, Michelangelo cominciò a passare in rassegna le immagini di tutte le opere che aveva creato. (…)



E dopo tutto questo flusso d’immagini, la visione della basilica di San Pietro.

San Pietro… Vi entrò dal grande portale, avanzò per l’ampia navata nel vivido sole di Roma, ristette sotto il centro della cupola, sopra la tomba dell’Apostolo. Sentì la propria anima staccarsi dal corpo e ascendere in quel luminoso emisfero, diventando parte di esso: parte dello spazio, del tempo, del cielo e di Dio.



Irving Stone, Il Tormento e l’Estasi, pp. 827-828

Se non ha convinto il racconto, per quanto incompleto e frammentario, lo ammetto, dell'evoluzione di Michelangelo su questa terra, la descrizione della sua fine dovrebbe spingere a imbracciare e abbracciare questo libro per riempirsi di una nuova prospettiva più profonda verso la vita. Irving Stone, con tutta probabilità, non era lì accanto a Michelangelo a guardarne la conclusione, ma sembra la più verosimile, e anche la più desiderabile. Dopo una vita passata a esprimere e a incarnare il divino nei marmi, nelle tele, nelle pietre e sui muri di edifici altrimenti spogli e dimessi, quale migliore conclusione del tornare a fondersi con il suo creatore tramite l'opera architettonica che lo accompagnò fino alla morte, e che simboleggia l'elevazione diretta verso il cielo? 
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