lunedì 20 novembre 2017

Aldo Cazzullo – Metti via quel cellulare.

LoreGasp

… ed è arrivato il momento per me di leggere e di scrivere di questo libro, che non è un libro, ma un dialogo. Una conversazione aperta tra il padre Aldo Cazzullo e i due figli, Francesco e Rossana. Ho già raccontato della presentazione qui, avvenuta qualche tempo fa nelle Langhe, in cui ascoltai incantata l’autore parlare senza fermarsi per un’ora di tutto quello che lo aveva portato a riportare su carta un pezzo di realtà vissuta molto, molto contemporanea.

La trama del libro è semplice, semplicissima. Una famiglia, un padre, due figli e un invito/ordine sicuramente reiterato, e chissà quante volte: Metti via quel cellulare. Tutto lo svolgimento corre intorno alle ragioni che spingono il padre a prorompere nell’invito/ordine e tutte quelle che i giovani oppongono per non farlo. La contrapposizione sembra facile, scontata. Papà Aldo appartiene alla generazione della carta, della macchina da scrivere, dei trasporti più lenti, dei telefoni a rotella, della Stipel che poi diventa SIP, e poi Telecom, e poi TIM, con i primi cellulari grandi quanto piastrelle e pesanti come tronchi, con antenne lunghe come le radio degli anni ’60 (quella che ho in casa io ha un’estensione chilometrica. Avrei potuto captare anche i segnali da Marte, se opportunamente orientata).

E appartiene anche alla generazione delle persone che parlavano alle persone, o almeno ci provavano, trovando dei visi alzati di fronte, e non le nuche abbassate sugli schermi dei cellulari come si fa ora. C’erano meno emoticon, meno punti esclamativi o interrogativi, meno k nei posti sbagliati, meno foto e immagini a rappresentare stati d’animo, e molte più parole (e anche silenzi) per farlo. Molto più coraggio a parlare e a comunicare, probabilmente, di quanto ce ne sia ora. Le parole erano nude, dolci e brutali, e non avevano bisogno di nascondersi dietro bip di immagini buffe o graziose per arrivare a destinazione.

Aldo è semiserio nello sgridare i figli che sono chini sui loro smartphone, compresi nel loro mondo di comunicazione virtuale e social, alle prese con video, chat, ricerche, salti di bip che li portano a ignorare quasi completamente chi sta intorno a loro. Dove sono finite le giornate con i nonni, dove sono finiti i rapporti tra nonni e nipoti? E’ una delle domande che Aldo si fa spesso, rimpiangendo un po’ quel tesoro di conoscenza e saperi che vanno via con gli anziani, e che nessuno ha tanta voglia di guardare o ascoltare.

I giovani social del web 2.0 e lo smartphone attaccato alle mani, che tanto ha cambiato abitudini molto radicate e quasi caratteristiche di uno dei sessi, come controllare il trucco usando il telefono e non più lo specchietto, rischiano di trasformarsi in esseri deambulanti chini su schermi e appiattiti quanto loro. Con Internet nel palmo della mano c’è un accesso virtuale a milioni di informazioni di ogni genere, che potrebbero essere la gioia di ogni ricercatore, ma sono invece quasi la fonte di un nuovo tipo di ignoranza. L’aver così tanto a disposizione non spinge all’approfondimento, ma allo sfogliare veloce e compulsivo di tutto, senza la pazienza di andare fino in fondo. I video non devono durare più di due minuti, altrimenti stancano. Gli articoli di giornale e dei blog non devono superare una certa lunghezza, stancano. Senza contare che, in ogni caso, la cultura sembra diventata noiosa, superflua. Privilegiando la velocità, ci si affida ai giudizi di chi usa lo smartphone per condividere pareri improvvisandosi esperto da un giorno all’altro, piuttosto che a coloro che hanno coltivato con pazienza un sapere che permetta loro di parlare con competenza dell’argomento in questione, che può essere la storia patria o la scelta di un ristorante.

Se il padre è preoccupato del deteriorarsi delle capacità e delle abitudini delle comunicazioni, della qualità delle informazioni a disposizione, del dilagare di un nuovo ceppo di ignoranza favorita dall’estrema connessione, i figli riportano l’equilibrio ricordando che la diffusione dell’essere digitale non ha provocato tutta quella alienazione, quasi da film di fantascienza anni ’70. Non si va più a trovare i nonni, non li si ascolta più? Ebbene, i nonni hanno imparato a usare pc, smartphone e chiamate Skype, proprio per vedere e chiacchierare con i nipoti lontani. Per non parlare della messaggeria tipo Whatsapp. Il diffondere di un contenitore immenso come YouTube ha avvicinato ragazzi adolescenti e giovani a certa musica classica che altrimenti sarebbe rimasta a giacere inascoltata nei settori specifici di certe biblioteche. Oppure nelle case degli appassionati, ridotti a setta.

Nessuno di loro nasconde il fatto che Internet ha anche creato una versione tutta digitale di bullismo, come se sentissimo la mancanza di un’altra forma di prevaricazione, o che ha aiutato a sviluppare un certo tipo di traffici carnali, qualche volta con conseguenze molto tristi e letali. Fa parte del gioco, ma è vero che comunque esistevano anche prima, nel mondo cosiddetto “offline”.

Non è stato chiaro e semplice “schierarmi” da una parte piuttosto che dall’altra. Per come uso io lo smartphone, dovrei stare con Francesco e Rossana, per quanto abbia due volte e mezzo la loro età. Per questioni anagrafiche e per qualche visione sulla cultura e sul modo di farne e fruirne, dovrei sedermi nella fila del padre. Perciò, ho scelto di provare le poltrone di entrambi i lati (che non sono poi così marcati, o contrapposti) sedendomi ora da una parte, ora dall’altra. Ascoltando e scoprendo cose e personaggi parecchio interessanti della blogosfera e del mondo digitale. E anche in quello offline, che è anche il mio, di provenienza.

Aldo Cazzullo è uno scrittore abilissimo, colto, vivace: poteva essere altrimenti, con la carriera che ha alle spalle, che non ha bisogno di presentazioni? Ascoltandolo, viene voglia di mettere via il cellulare e andare a recuperare lo sguardo e le cose del mondo “vecchio” dei sensi, in cui si parla, si maneggiano oggetti, si cammina e si guarda il paesaggio, piuttosto che il video o il pc. D’altra parte… se si ascoltano i figli, viene voglia di andare a informarsi su tutte le cose che hanno trovato e sperimentato nella Rete, per aggiungere qualche altra competenza, qualche altro sito ai propri preferiti, qualche altro personaggio da sbirciare e conoscere.

Un papà. Due figli. Una rivoluzione.


E se la rivoluzione fosse… che non c’è una vera rivoluzione, ma un’evoluzione?
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