martedì 19 gennaio 2016

Dialoghi con l'Amanita#15 - Momenti e libri, giusti e/o sbagliati? Giò di Helen Brown

LoreGasp e L'Amanita

Giò, Helen Brown. Dalla pagina FB dell'autrice
Iniziare l’anno con un titolo così confusionario mi sembra un’ottima partenza!
Copertina (come ignorare quel gatto stupendo?):

Quando non sai cosa fare, chiedi a un gatto.

(Voce saccente dell’Amanita gattofila: ottimo consiglio, grazie! Speriamo che quel felino maramaldo aiuti anche la sottoscritta…)

Quarta di copertina:
Come si può affrontare insieme l’organizzazione del matrimonio di un figlio, una fosca diagnosi di tumore e una figlia che lascia tutto per andare nello Sri Lanka a farsi monaca Buddhista?


Prendendo un gattino imperioso ed impegnativo.

Qualora non si fosse capito, galeotta fu la copertina: non so resistere ai felini.

Quando l’ho letto (una volta sola), ho deciso di regalarlo: una delusione enorme! Confesso di averlo tenuto più per la copertina che per dargli una seconda occasione.
Vediamo di dipanare e trovare un filo logico.

Non era una porcheria, non era scritto male, non era neanche una storia sconclusionata. Anzi! Non sarà il Nobel per la letteratura, ma non è neanche da mettere all’indice.

Ero sicura di aver acquistato la vicenda di un gatto alle prese con una famiglia scombinata; mi sono trovata a leggere le vicende di una famiglia alle prese con un gatto scombinato.

Ergo, la prima lettura non rispondeva alle mie aspettative.

L’ho riletto a Natale.

Un bel pomeriggio con personaggi simpatici mentre sorseggiavo il mio tea preferito; è diventato una commedia gradevole dove “tutto è bene quel che finisce bene”.

(L’Amanita torna… Con tutto il rispetto per la malattia, ho apprezzato il tono leggero usato per parlare di un argomento così doloroso; in compenso avrei strozzato la Brown per tutte le manfrine “mammesche”: la mia italianissima <<mammà>> al confronto è un generale prussiano.)

E questo porta alle mie elucubrazioni. Se ci pensiamo, accade anche con parecchi libri scolastici: quanti libri, imposti e detestati al liceo, sono stati apprezzati soltanto in seguito perché riletti di propria iniziativa?

Un periodo storto, un fraintendimento come in questo caso, un’antipatia istintiva da verificare prima di un rifiuto netto…

Forse non esistono libri “sbagliati”.
Forse, a volte, non è il momento per quel libro.

Ti è mai capitato di apprezzare veramente un libro solo dopo averlo lasciato “riposare”?

…tantissime volte. Il primo nome che mi viene in mente è nientemeno che Leopardi. Alle medie e al liceo non lo reggevo molto. Sentivo solo il lamento. Non ascoltavo l’anima immensa dietro, che faceva comunque fatica a emergere da sotto tutto il pessimismo cosmico (ma cosmico sul serio!), che mi ha sempre infastidito un po’, anche nei momenti in cui ero più disposta a dargli ragione.

All’università, scoprii le Operette morali: non riuscii a staccarmene fino alla fine. Continuavo a dirmi: ma è lo stesso della Natura Matrigna? Dell’insistenza su Silvia? C’era un respiro amplissimo, una forza d’espressione molto più sbrigliata, più copiosa, anche se manteneva lo stesso pessimismo di fondo. Però, c’era una nota ironica di dibattito, che teneva su il discorso e attraeva.

Anche per Italo Svevo, fu la stessa cosa. La coscienza di Zeno mi ha messo a dura prova. Non capivo dove volesse andare a finire. Quando lo ripresi, la seconda volta, mi stupii di aver trovato il blocco. Fu così anche per Una vita, ma lì l’ostracismo durò poco e soprattutto capii subito il significato: detestavo Angiolina Zarri, che sentivo fuori posto in quell’immobilità.

Recentemente, mi è capitato con una serie di libri: li inizio, arrivo ad un certo punto, mi arresto, li lascio decantare e poi li riprendo. Uno recente è Il risveglio del Budda. Probabilmente, quando iniziai a leggerlo, desideravo soprattutto dormire.

Non credo nemmeno io che esistano libri “sbagliati”. Esistono momenti sbagliati, sì. Puoi desiderare di leggere un certo testo, facendoti anche tante aspettative, se è del tuo autore preferito. Oppure, semplicemente perché la sinossi ti ha fatto nascere idee e preconcetti. E poi scopri, durante la lettura, che quel libro non ti parla. Non riesce a farsi ascoltare. E nasce l’idea di aver sbagliato a comprarlo, o a prenderlo in biblioteca.

Mi sta capitando con almeno tre libri, in questo momento. Su uno, mi sono fatta preconcetti e aspettative, che il testo non ha mantenuto. Non poteva farlo. Dopo un periodo di pausa, in cui ho preso le distanze dalla delusione nascente, stroncandola subito, mi sono resa conto che quelli erano filtri miei, e l’autore voleva dire altro.

Il secondo si fonda su un argomento interessante, trattato da un altro punto di vista, abbastanza nuovo. Non l’abbandono e lo lascio decantare perché la mia scaletta ne risentirebbe troppo. (Sì, sto facendo una scaletta di lettura, per la prima volta nella mia vita. Ne parlerò in seguito). Tuttavia, i dubbi e le sfasature che stanno emergendo nella narrazione mi spingerebbero a lasciarlo stare. Per il terzo, ho scoperto che sono decisamente impaziente per mettermi a leggerlo godendone, per cui farlo ritornare in sala d’attesa potrebbe essere una soluzione buona, per poi rileggerlo.

Tempi sbagliati, e non libri sbagliati, quindi? Mi sembra di poterlo affermare con sufficiente sicurezza, basandomi sul mio vissuto.

Come vivete voi i blocchi temporanei nella lettura, gli iniziali disgusti che eventualmente si trasformano in grandi adorazioni, dopo un certo periodo?


2 commenti:

  1. Le Operette… ricordo male o c’è un dialogo tra la moda e la morte, allegro (sì, Giacomino era sempre allegro), ma così sarcastico da dilettare un’Amanita?

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    Risposte
    1. Mi sembra di sì. E mi sembra di ricordare che fosse anche particolarmente divertente. Anche per un'Amanita, sì. :-D

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