venerdì 6 aprile 2018

Sergio Vigna – Trabant 89 – Mondi a confronto

LoreGasp


I libri si chiamano l’un con l’altro. Basta poco, pochissimo. Il 1987 di Nessuno come noi di Luca Bianchini ha fischiettato verso un altro libro della Cintura d’Orione, che si è subito messo in evidenza: Trabant 89, di Sergio Vigna. Due anni di differenza, due mondi opposti, un’atmosfera diversa e un monte di cambiamenti.

Siamo di nuovo in Piemonte, per sottolineare il luogo di nascita, Torino, di Marisa, una delle protagoniste principali del libro. L’altro è suo marito Guglielmo, autista di autobus di linea, onesto lavoratore e sostenitore fedele dell’ideale del comunismo, fervente ammiratore della sua applicazione nei Paesi dell’Est. Li conosciamo brevemente prima di partire con loro per le vacanze estive ad agosto, programmate e cercate con tanta accuratezza durante l’anno, soprattutto da Guglielmo. La destinazione scelta riguarda proprio i paesi del blocco sovietico, e soprattutto Berlino Est, con il suo angosciante muro famoso.

E’ soprattutto lui ad essere entusiasta di questa scelta: non vede l’ora di toccare con mano la realtà di un governo del popolo, una concretizzazione dell’ideologia in cui crede con sincerità. Marisa, la moglie, è più scettica, e forse un pochino stanca di questo suo idealismo, dovuto anche alla sua estrazione medio borghese di figlia di imprenditori; tuttavia, in nome del suo affetto e del suo legame collaudato, si convince presto ad accompagnare il marito meglio che può, almeno nell’entusiasmo, in un viaggio pieno di incognite.

Incomincia la loro avventura in camper, attraversando la Cecoslovacchia, visitando Praga e dintorni, stabilendosi nei campeggi fuori città e… toccando davvero con mano la realtà di quei paesi. Non sembra dorata come sulla carta, però. Marisa è la prima ad accorgersene, Guglielmo è ancora foderato nel suo idealismo. Questo non gli permette di vedere fino in fondo l’arretratezza dei paesi che attraversano, e di ascoltare la principale lamentela mormorata dalle persone che incontrano: non essere liberi di scegliere dove andare. C’è una certa rassegnazione chiusa e silenziosa negli ucraini, polacchi e cechi che campeggiano insieme a loro, e che li guardano con attenuati sospiri di invidia perché la bella Croma con cui viaggiano trainandosi un camper inimmaginabile lì, parla di un mondo e di possibilità che a loro sono precluse. Non c’è ostilità: passato il primo momento di imbarazzo macchinoso, Marisa e Guglielmo trovano sempre il modo di scambiare parole, anche in lingue stentate, e di farsi conoscere.

Un altro segno che il paradiso non è così celestiale è il gran numero di controlli minuziosi, di quantità di documenti burocratici che i due italiani devono presentare ad ogni passaggio di dogana. Auto e camper vengono ispezionati con cura come se fossero criminali o persone sospette, ma è semplice routine.

L’atmosfera, però, diventa realmente pesante quando entrano nella DDR e in Berlino Est. I posti di polizia aumentano, i visi dei militari sono torvi, respingenti, duri. I passanti sono silenziosi, si muovono come fantasmi. Nei pressi del famoso Muro, tutto è congelato in un immobilismo che sa di allarme perenne. E in un fortissimo senso di angoscia e di desiderio di libertà, che si scontra ogni secondo con quei km di cemento armato che tagliano in due un’intera città.

Marisa tornerebbe volentieri a casa, Guglielmo comincia a pensare che non può più far finta di nulla di fronte a quello che vede. E all’improvviso, la situazione precipita.

Mentre sono a Berlino Est, vengono avvicinati da una ragazza diciannovenne, Annerose, figlia di un’italiana e un funzionario governativo del post, che finirà per coinvolgerli in un’avventura pazzesca, da film. Annerose vuole fuggire ad Ovest, e ha bisogno di aiuto. Passare dall’altra parte del muro è vietato, e punito con severità inaudita e inamovibile.

Marisa e Guglielmo finiranno per farsi coinvolgere, grazie soprattutto al cuore materno di lei, che si libera improvvisamente di tutto il sottile sarcasmo polemico del suo rimarcare continuamente la reale situazione di oppressione di quei paradisi del comunismo, per correre in aiuto di una ragazza angosciata e in cerca di riscatto.

E finiscono dritti dritti in un film di spionaggio.

Attirano l’attenzione della Stasi, e sono risucchiati in un gioco complesso di ruoli altamente pericoloso, in cui non possono fidarsi di nessuno. Nemmeno di se stessi.

Fino all’ultimo, seguiamo con il fiato sospeso la sorte di questi due italiani partiti per una vacanza alternativa e finiti in una storia brutta di spie, sospetti, fughe pericolose. Passiamo da una rivelazione ad una ritrattazione, ad un dubbio e ad una certezza, che si rivela una bugia.

Il libro, partito come un ricordo di viaggio, accelera improvvisamente e si allarga. Arriva a dare una sbirciata, anche più di una, nei retroscena poco dorati del comunismo applicato nell’Europa dell’Est. Non fa considerazioni politiche di merito, non premia un atteggiamento o non condanna nessuno, ma sottolinea con attenzione come stanno davvero le cose. Diventa più sfumato e ambiguo, quando si tratta di raccontare cosa c’è nel cuore delle persone, e quanto cambia con velocità. Dubitiamo di aver compreso davvero la natura dei personaggi che ci eravamo abituati a etichettare in un modo, per scoprire che c’è molto di più, e qualche volta anche di completamente inaspettato.

Torneranno a casa Marisa e Guglielmo? Annerose riuscirà a prendersi una vita diversa?

Dovrete arrivare all’ultima pagina per scoprirlo. Nel frattempo, godetevi il viaggio…

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