martedì 22 gennaio 2019

Davide Pappalardo – La versione di Mitridate

LoreGasp


… è interessante che su tre articoli, due siano dedicati a libri che ruotano intorno ai veleni. E all’inizio dell’anno. :-D Potrebbe aprire mondi interi di battute e scherzi, come l’ipotesi che non abbia smaltito a dovere il cenone…

Io sono attratta dall’argomento “veleno”. Mi affascina da sempre, e quando scoprii l’esistenza di Lucrezia Borgia e della sua (presunta) maestria con i veleni, la aggiunsi al mio piccolo Pantheon privato. Perciò, un libro che ha nel titolo questo termine, o qualcosa che lo richiama, si guadagna la mia attenzione. Cosa sono i veleni? Sostanze tossiche, che procurano malattie, danni agli organismi viventi e pure morte, nei casi di maggior potenza.  Per una lettura completa, consiglio il sito Treccani.

Non sono tutti così brutti e cattivi, però. Alcuni di loro sono sostanze curative: nelle dosi eccessive, diventano letali. Un esempio classico è la digitale purpurea: in dosi sufficientemente basse sono curative degli scompensi cardiaci, ma in quelle sbagliate, o eccessive, li aumentano fino alla morte. Oppure il pesce palla, prelibatezza costosa se cucinato nel modo adeguato, arma letale nel caso contrario, magari perché il cuoco si dimentica di asportare le sacche del veleno… ah, la smemoratezza.

Ne La versione di Mitridate abbiamo a che fare con un cuoco sbadato? Oppure con uno talmente ambizioso da ricorrere a metodi alternativi per sbaragliare la concorrenza, come mostrò Luca Iaccarino?
No, abbiamo a che fare direttamente con il veleno, richiamato dall’illusione a Mitridate, il leggendario re del Ponto che divenne immune al veleno,  grazie ad una paziente e costante assunzione di sostanze tossiche nel corso della vita per sopravvivere ad eventuali attentati.   

E scopriamo che esistono diversi tipi di veleno. Quello che salta maggiormente agli occhi è il veleno della rabbia. E nel libro, tessuto di tre racconti, spadroneggia, è forte, beffarda, cattiva. E femminile, soprattutto.

La prima arrabbiata che incontriamo è Dalila, ne La versione di Mitridate, il racconto che dà il titolo al libro intero. È un’adolescente che rientra a casa con l’umore impossibile di chi odia il mondo: madre, sorella, famiglia, scuola, amici. Si chiude in camera ed evita le domande ansiose della madre, che vorrebbe consolarla della disgrazia appena capitata, e che sa che potrebbe segnarla per sempre. La migliore amica Karin (quella bella, perfetta, amata da tutti) è scomparsa senza lasciar traccia e oh, Dio, quanto deve soffrire la povera Dalila per questo, lei che le è così legata! La povera Dalila ringhia, non vuole rispondere, perché sa che se dicesse una sola parola in più, scoppierebbe a ridere della gioia maligna che la agita da qualche ora.

Non ha esattamente il cuore spezzato, la povera Dalila. Tant’è che non perde molti minuti a cercare di accaparrarsi il fidanzato (un altro cuore in ambasce) di Karin, subito dopo aver ricevuto la notizia (la rassicurazione) che con tutta probabilità la bella e perfetta ha lasciato questa valle di lacrime. Questo, però, non basta a calmare il suo tormento. La rabbia è una padrona esigente. La puoi accantonare, ma se non scegli di guardarla dritta in faccia, non puoi aprirle la porta e lasciarla andare. Dalila prende una via alternativa: assumere piccole quantità di arsenico ogni giorno per rendersi immune dagli avvelenamenti. Esattamente come Mitridate.

È il suo progetto segreto, la sua esaltazione segreta con cui tenta di coprire il viso di quell’altro veleno che non smette di scorrerle dentro, quando pensa al suo mondo. Si illude vedendosi padrona.
Karin ricompare. Ecco. Era troppo bello per essere vero. Dalila non riesce a sopportare l’idea di essere la numero 2, l’ancella invisibile della sempre-bella e perfetta, e ritiene di poter sistemare le cose una volta per tutte. La soluzione, che credeva accuratamente e astutamente messa a punto, si trasformerà in una sorpresa… amara. Come il veleno?

E mentre ci riprendiamo dalla sorpresa, arriva il secondo arrabbiato della raccolta: Vanes Bongiovanni de La migliore amica. Ma non era rabbia al femminile? Certo. Qui lo vediamo un po’ più tardi… perché Vanes è veramente un po’ più che arrabbiato. E’… incattivito, inacidito. In… velenito. Dalle prime righe, lo ascoltiamo subito puntare il dito contro Fredo, suo sedicente amico. Costui è un approfittatore, uno di quegli esperti parassiti manipolatori tutti tesi a spremere la vita fuori dal corpo cui si attaccano, facendosi passare da grandi amici, da persone ricche di qualità con qualche difettuccio di controllo che ogni tanto esagerano, ma bisogna capirli… sono fragili, deboli e talvolta reagiscono alzando i toni. O le mani, come si trova a sperimentare Paoletta, la migliore amica di Vanes, che ha commesso l’errore pesante di innamorarsi del parassita sotto mentite spoglie.
A Fredo non va sempre bene, però. Anzi, basta una volta che gli va male, ed è quella definitiva. Qualcuno lo stende per sempre sul pavimento di casa, e tocca a Vanes trovarlo. A parte il respiro di sollievo di fronte alla dipartita di un ladro di ossigeno, rimane un dubbio. Piccolo. Quasi inosservato. 

Chi ha ucciso Fredo?

Con difficoltà e depistaggi, affondando un pezzo per volta ancora di più nello squallore di un mondo di approfittatori gelidi, Vanes arriva alla verità e alla vera arrabbiata nascosta del racconto.
La terza si manifesta subito ai nostri occhi, come Dalila. Si tratta di Francesca. Di lei ci racconta poco, se non che è un tipo grigio che si è rinchiusa in una routine sempre uguale di casa-lavoro-casa, per evitare l’interazione con il mondo. Quando la guardiamo la prima volta, sta cercando di capire se deve prendere il coraggio a quattro mani e presentarsi al suo appuntamento combinato. La sua amica Giulia, l’estroversa che si prende cura di lei e che la tiene ancora in contatto con la vita, le ha organizzato un’uscita con Giorgio, un uomo bello e interessante. Meraviglioso, che amica eccezionale! Vero. Ma a Francesca manca il coraggio e con un velocissimo dietrofront all’ultimo secondo, corre a casa a nascondersi nella sua caricatura di vita.

Ah. E qui dov’è la rabbia?

È sepolta sotto strati di grigio, ma esce in tutto il suo splendore quando Francesca, giorni dopo, incontra Giorgio a spasso con un’altra. Il “suo” uomo con un’altra donna? Ma dove si è mai visto? La grigia creatura sfoggia un piglio da leonessa, e va a riprendersi il suo appuntamento (che non sapeva di esserlo). 1-0 per Francesca, che fa emergere insospettati doti di conquistatrice.

Ehi, un lieto fine!

Ma certo… che no. Francesca è un’arrabbiata, ma ho forse detto che era la sola? Vi ricordate l’”altra”, quella che passeggiava con Giorgio? Non è una che sa perdere. Per niente. Francesca è una che sa attaccare, e anche difendere ma… non ha resistenza. E la rabbia esplode, schizza in alto, sommerge.

Ho chiuso il libro con la sensazione di aver intravisto un lato della scrittura di Davide Pappalardo che non era emerso completamente in Signorina Buonasera e Doppio Inganno. O forse non l’avevo notato. Nel primo, un velo ironico piuttosto presente avvolgeva lo stile del racconto, sempre molto ritmato. Qui, non c’è velo. Quello che salta agli occhi è la nitidezza pallida della rabbia di vivere dei protagonisti. Sarei tentata di parlare di odio, ma è rabbia la parola che mi rimane più impressa. Ciascuno di loro si porta addosso una specie di Gollum invisibile ma sempre molto presente, che li mangia vivi. E mangia tutto il loro mondo, rendendolo scarno e patetico, mal vestito, squallido, appiattito.

Quando la rabbia viene usata per agire all’esterno (Dalila che parte alla conquista del fidanzato dell’amica, Vanes deciso a chiudere i conti con Fredo, Francesca che si prende l’uomo che vuole), produce cambiamenti e aperture. Ma quando, invece di fluire, ritorna indietro da dov’è partita… rade tutto al suolo.

Essere arrabbiati equivale a bere veleno sperando che sia il tuo avversario a morire, sorride il Budda, dicendolo. Di nuovo il veleno. Dietro la poesia dell’immagine, una verità talmente evidente da risultare banale. Quando si è arrabbiati, si è i soli a soffrire davvero. Anche se gli altri, apparentemente, la subiscono, la temono, ne sono influenzati. Si allontaneranno, prima o poi. O se ne andranno. La rabbia, però, rimane. Se non viene guardata e riconosciuta, lei sta lì a ingigantire e a prendersi tutta la linfa vitale, escludendo tutto il resto.

Vale la pena?

No. Nemmeno un secondo di rabbia. Prescriverei la lettura di questo libro nei momenti in cui si sta per soccombere al Gollum interiore. Anche solo per ricordarsi che se ingerisci tu il veleno della rabbia, non sarà il mondo a morire, ma solo tu. Magari una fibra per volta, ma succede.

Per quanto sia impetuosa, la rabbia è prevedibile: si scatena sempre per le stesse cose. E se si cambiassero quelle cause, non ci sarebbe un cambiamento anche negli effetti?

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