venerdì 28 settembre 2012

Uomini che odiano le donne – Perché?


Niente capita a caso, nella vita reale e nei libri. Soprattutto nei libri dove l’autore è l’unica autorità totale. I casi di violenza su donne sono un tassello che s’inserisce bene nella complicata vicenda delle indagini sulla scomparsa di Harriet. Non svelerò nulla del difficilissimo e paziente mosaico che si crea sotto le mani di Blomkvist e Lisbeth: è un’altra caratteristica del libro da gustare con calma, ammirando con quanta perfezione ogni tessera s’incastri nell’altra, fino a formare un disegno repellente, che ha un suo senso. Tutto viene spiegato, risolto, rivelato, pezzo per pezzo. E nemmeno tanto facilmente o con serenità. Ai due protagonisti non viene risparmiato l’incontro con l’anima nera che sta dietro a quel disegno, l’unica sopravvissuta di un’intera congrega di anime nere piene d’odio per chiunque non fosse loro: donne, stranieri, altri colori di pelle. Suona familiare? Negli anni ’30-’40 del secolo scorso, c’era chi costruiva arringhe deliranti e urlate su quegli argomenti…

Secondo una certa logica, sarà Lisbeth ad affrontare e sopraffare l’odiatore, e al tempo stesso salvare Mikael. Stessa ferocia, stessa spietatezza senza ritorno che erano già emerse nel trattamento riservato all’avvocato che l’aveva aggredita a tradimento. L’odio e il sadismo di questo “nuovo” predatore si rispecchiano e soccombono di fronte alla ferocia e alla determinazione femminili di Lisbeth. “Finché fosse vissuto, Mikael non avrebbe mai dimenticato l’espressione che aveva quando partì all’attacco. I denti erano scoperti, come quelli di un predatore. Gli occhi neri come il carbone e luccicanti. Si muoveva veloce come un ragno e appariva concentrata solo sulla sua preda quando fece roteare di nuovo…”(Stieg Larsson, Uomini che odiano le donne, Marsilio 2012, pag. 533) Nessuna esitazione, nessuna pietà, nessun’altra alternativa presa in considerazione. Alle donne vengono normalmente attribuite caratteristiche positive di dolcezza, di empatia, di desiderio di pacificazione, di ascolto e di accoglienza dell’altro. Il lato oscuro al di sotto viene controllato, tenuto a bada. Quando però, gli argini crollano, e non vengono più  ricostruiti, questo divampa in una furia reale, che non si può fermare. Soprattutto, non è solo fuoco temporaneo. E’ determinazione a sopprimere, con una sua lucidità e calcolo, volta solo al raggiungimento dell’obiettivo: la distruzione dell’antagonista. Quando tutto finisce, Mikael Blomkvist informa Henrik Vanger dell’esito delle sue ricerche, e gli fornisce quelle risposte tanto cercate da oltre quarant’anni. La vicenda si avvia alla conclusione, perché il giornalista deve riscuotere il suo reale premio: Wennerström su un piatto d’argento. Per arrivarci, lui e Lisbeth costruiscono un tessuto di mosse e contromosse abili, al limite della legge. L’atmosfera di odio che era esplosa nel libro nel momento in cui compaiono le donne aggredite e uccise, si stempera un po’ nella risoluzione felice per tutti i protagonisti, o quasi. Quello che non sono riuscita ad afferrare completamente, è il motivo alla base di questo odio per le donne. Forse nemmeno l’autore è in grado di dare una spiegazione, che non sia troppo cervellotica o che non chiami in causa Freud, la psicanalisi, o chissà cos’altro. D’altronde, Stieg Larsson è un giornalista, abituato a esaminare fatti, dati, numeri. Ed è quello che fa anche in questo libro, non solo nella vicenda romanzata, ma riportando all’inizio di ogni capitolo le statistiche agghiaccianti di minacce, soprusi e violenze subite dalle donne in Svezia da parte degli uomini. Un altro colpo allo stereotipo dello svedese freddo, civile, controllato, oltre che disinibito sessualmente. Non ho a disposizione le statistiche delle stesse aggressioni avvenute qui da noi, popolo esposto alla calura del sole e spesso in balia delle emozioni, soprattutto quelle che arrivano dal basso. Tuttavia, da quando ho letto questo libro, mi soffermo a pensare ai motivi che precipitano le relazioni tra uomini e donne nella violenza più dolorosa. Sono gli uomini bestie aggressive, poco controllabili, squali sempre in cerca di sangue? E’ colpa delle donne, di come educano i figli, di come si comportano? Cosa si può fare per evitare questa guerra continua? Oppure dobbiamo accettarla come parte del grande gioco, e diventare più forti e abili possibile per non essere sopraffatti? Sinceramente, non mi sono ancora data una risposta, concreta e non cervellotica. Forse non esiste.

7 commenti:

  1. uomini che odiano le donne...
    donne che odiano gli uomini...
    perchè?
    se senti un ronzio strano: è Neurino-mio "al lavoro", questo "perchè?" lo ha disturbato
    Ti arriverà un "papirone"!

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    1. Ottimo, attendo il papirone con impazienza...:-)

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  2. Come uomo mi vergogno profondamente, quando sento di uomini (si fa per dire) che usano violenza contro le donne. Un uomo con la U maiuscola usa la parola per spiegarsi. Detto questo però devo dirLe con la massimaumiltà che mi è capitato di lavorare in ufficio di tutte done e solo io maschio. Mi creda non lo auguro a un cane. Il rispetto a mio avviso deve essere reciproco.Buona domenica.

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    1. A volte purtroppo hai ragione.

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    2. In effetti, avete ragione entrambi. Io ho avuto occasione di lavorare in entrambe le situazioni: quando ero in maggioranza (tutte donne, uno o due uomini), e quando ero in minoranza (tutti uomini, e un paio di donne compresa me). Devo ammettere che i tiri peggiori mi sono stati giocati da donne, e quasi sempre alle spalle, anche se apparentemente non c'erano motivi di contrasto. Con gli uomini, se c'erano contrasti, erano detti apertamente, anche con modi bruschi, sgarbati e maleducati. Per il resto del tempo, erano anche amichevoli. Per quanto non sappia ancora spiegarmi il motivo di questi comportamenti, di sicuro ho capito che non si può generalizzare, e non si può colpevolizzare uno dei sessi piuttosto che l'altro. Ci sono donne con cui mi sono trovata benissimo, con altre erano solo litigate, e allo stesso modo con gli uomini. Ognuna delle due metà del cielo pensa e agisce secondo i propri canali: il rispetto, come dice Lei, è essenziale per potersi capire e oltrepassare le differenze. :-)

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  3. Ecco il “papirone”: ho capito cosa hai “solleticato”. In Genesi, per spiegare questa frattura dell’armonia che il Creatore avrebbe voluto fra i due “creati a sua immagine e somiglianza”, c’è tutta quella storia dell’albero i cui frutti non possono essere mangiati e dell’iniziativa della donna di mangiarne…
    Mi pare di ricordare che il libro della Genesi sia uno dei più tardivi – almeno nella trascrizione, infatti esistono diverse versioni a testimoniare più racconti tramandati oralmente. Ma a parte questo, anche la Bibbia testimonia la contrapposizione “malata”. E spiega la sottomissione secolare della donna con la storia del frutto (sono molto riduttiva: sotto c’è anche tutta la storia del peccato originale che è fondamentale per i cristiani).
    Secoli di sottomissione. Uomini che usano le donne per “perpetuare” il loro nome. Donne che ricattano (anche) tramite i figli.
    Oggi le donne sono “emancipate”…
    qualcuno dovrebbe spiegarmi cosa significa emancipazione femminile, perché certe donne che vedo attorno a me sono una brutta imitazione di modelli maschili che detesto. Mi ricorda tale Orwell con la sua Animal farm: two legs good, four legs better, detto dai porci.

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    1. Secondo me, l'emancipazione è una specie di unicorno: se ne parla, qualcuno l'ha anche avvistato, ma di reale c'è poco, qualche orma qua e là. Emancipazione da cosa? Dalla cosiddetta "sottomissione" della donna? (e questo concetto solletica una parte di neuroni che è meglio lasciar dormire)In qualche caso c'è stata. Ma non sempre, e non dappertutto. Anch'io vedo donne che imitano gli uomini attingendo a piene mani dai loro lati meno piacevoli, e forse questo avviene per reazione a secoli della sgradevole sottomissione di cui parlavamo prima. L'aggettivo "sgradevole" è tutto mio: sono allergica al concetto.

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