martedì 17 settembre 2013

P.D.James e Amanda Grange – Personali perplessità 1#

Finora ho sempre scritto di libri che mi sono piaciuti, che mi hanno entusiasmato o lasciato qualcosa dentro. Non mi sono ancora concentrata sugli autori, solo per questione di tempo, e di risorse finora limitate. In attesa di mettere in campo altre risorse più complicate, rifletto a ruota libera, come sempre, su due autrici che ho avvicinato recentemente. Sono entrambe prolifiche, anglosassoni, ed entrambe si sono riallacciate a Jane Austen e ai suoi romanzi. Si tratta di P.D.James e Amanda Grange. Nel primo caso, Una notte di luna per l’ispettore Dalgliesh e Mr Darcy, Vampyre, per il secondo. Cos’hanno in comune questi due libri, da riunirli in un post unico? Mi hanno lasciato perplessa. Non riesco ancora a capire se mi sono davvero piaciuti. Non posso dire che mi abbiano fatto orrore. Ma non posso nemmeno dire di averli amati, o che in futuro li rileggerò sicuramente. Quando rimango bloccata in questa situazione di mezzo, cerco di capire un po’ meglio chi sono gli autori, o le autrici, in questo caso, se non dispongo in casa di un altro titolo a loro nome.  Cominciando da P.D.James, Phyllis Dorothy James, scrittrice e membro della Camera dei Lord, scopro che è prolifica, e soprattutto di thriller. L’anno scorso era nominata continuamente per Morte a Pemberley, una sorta di continuazione di Orgoglio e Pregiudizio, che inizia sei anni dopo il sospirato matrimonio tra Darcy ed Elizabeth. Poiché il battage del marketing funziona al contrario, con me, non ho cominciato subito a leggere questo libro (che avrebbe potuto essere paragonato più facilmente a Mr Darcy, Vampyre, vista la coincidenza dell’argomento), ma il thriller Una notte di luna per l’ispettore Dalgliesh. Mi sembrava un’introduzione adatta al mondo della James, per cercare di capire chi fosse l’autrice che osava costruire il seguito di una pietra miliare della letteratura inglese. L’ispettore Dalgliesh, per P.D.James, è il Poirot di Agatha Christie, sebbene più moderno, inglese nel midollo, e con uno strano talento per scrivere poesie. E’ una caratteristica che indica già la presenza di qualcosa di originale; per quanto siamo abituati a tutta una serie di poliziotti dai romanzi e dalle serie televisive, inglesi, americani, tedeschi, siciliani, pugliesi, belgi,ciascuno con un suo vezzo, non avevo considerato che un essere umano di professione investigatore potesse coltivare un canale così sensibile verso la vita. È la prima stranezza che fa capire che questo libro non è la solita storia criminale. L’ispettore Dalgliesh deve recarsi sul promontorio (immaginario) di Larksoken, lungo la costa nord-orientale del Norfolk, in Gran Bretagna (reale), a prendere possesso di un mulino ereditato da sua zia Jane. L’occasione è buona per poter fare una breve vacanza, lontano da tutto e tutti, nel silenzio di una località pressoché sconosciuta. Purtroppo non sarà affatto così. Il suo arrivo viene accolto da una serie di crimini e intrighi: un serial killer, il Fischiatore, che prende di mira donne e ragazze sole, una centrale nucleare che provoca scontenti all’interno e all’esterno di sé, nel personale che la mantiene, causando un misterioso suicidio, e nel villaggio circostante, dove abita un ambientalista deciso a cancellarne la presenza. La località silenziosa e tranquilla delle aspirazioni dell’ispettore non esiste affatto, nella realtà. Da questo momento, prende avvio una vicenda piuttosto complessa. Non solo per le azioni che effettivamente si svolgono, ma anche perché le persone coinvolte sembrano aver tutte qualcosa da nascondere, e sono tante. Il Fischiatore verrà scoperto quasi subito, e liquidato piuttosto in fretta: l’autrice non si sofferma sull’orrore delle cause che lo hanno portato a far scempio delle donne che assaliva. Il serial killer è una presenza preoccupante perché condiziona gli umori e le vite del villaggio, ma non spadroneggia mai nel libro. Viene accantonato abbastanza presto come un evento di secondaria importanza. C’è un’atmosfera di attesa e di crescente tensione dovuta alla centrale nucleare, al suo staff, al suicidio misterioso di un giovane ingegnere che vi lavorava, che ha provocato sussulti e rivolgimenti anche gerarchici. Un’enigmatica coppia di fratelli, un uomo, il direttore della centrale, e sua sorella, una scrittrice di libri di cucina, che ha lo stesso agente letterario in comune con l’ispettore, attirano presto l’attenzione. C’è un peso passato nelle vite di queste due persone, entrambe indipendenti, sicure di sé, con buone realizzazioni esteriori, che le rende distruttive, ciascuna a modo proprio. L’ambientalista deciso a cambiare il mondo vive isolato in una roulotte, cercando accuratamente di nascondere ai genitori i veri motivi che gli impediscono di metter a frutto la laurea conseguita e la creazione di una vita più dignitosa di quella che sta vivendo nelle condizioni attuali. A questo si aggiunge una misteriosa ragazza madre, arrivata dal nulla a installarsi con lui nella sua roulotte, con un bambino di pochi mesi dall’altrettanto misterioso padre. A prima vista sembrano elementi diversi, discordanti, cosa c’entreranno mai l’uno con l’altro? Ciascuno ingarbuglierà con i fili della propria vita quelli degli altri, fino a spezzare la finta facciata tranquilla, e risolvere almeno una parte della complicata vicenda. Quello che mi rende perplessa è che quando ho chiuso il libro, avevo più domande di quando l’ho aperto. Ci sono personaggi su cui l’autrice ha sorvolato, facendoci solo scorgere un lampo di orrore, prontamente richiuso sotto la superficie. Di altri, lei non chiarisce mai la reale provenienza, e prima che possiamo fare domande indiscrete, li elimina, o fornisce una spiegazione sbrigativa e perentoria. L’atmosfera generale, che avvolge persino lo stesso ispettore Dalgliesh, è sostenuta da una sorta di squallore di vita, da cui tutti distolgono lo sguardo, appena possibile. L’idea di fondo è che la vita di per sé sia un fluire banale e senza senso di condizioni che sballottano le persone qua e là, facendole incagliare profondamente tra gli spuntoni di rocce nelle rive, impedendo loro di coltivare la speranza e di conseguenza le forze, per liberarsene. Manca una reale speranza di farcela, una reale gioia di vivere pura e semplice, in questo libro. 

6 commenti:

  1. P.D. James… avevo letto forse morte in seminario – o qualcosa del genere – lo scorso millennio. Il libro non è più nella mia collezione né nella mia memoria, segno che non avevo gradito.
    Ho letto recentemente “Morte a Pemberley” da te nominato e mi sono ricordata qual era il problema, anzi, più di uno.
    Primo, il più “grave”: lo stile ed il linguaggio. Le frasi sono eccessivamente lunghe e contorte per i miei standard.
    Poi i personaggi. Mi ha stravolto il colonnello Fitzwilliam, tanto per citarne uno. E lo stesso finale… insomma, preferisco altri scrittori.

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    1. ...ah, addirittura? Uhm, scende la voglia di leggere questo libro. Però, conservo ancora qualche curiosità. Per essere britannica, scrive alla mediterranea, con troppi arzigogoli. E lascia troppe domande in sospeso, non mi è piaciuto molto. Per una cosa che risolve, due vengono lasciate lì...

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  2. …e la domanda torna: stelline, cuoricini e tutto l’ambaradan sarebbero “romanticismo”?
    Un po’ di “peperoncino” grondante melassa sarebbe “romantico”?
    …(censura)…
    Comunque, sai che se la tua peristalsi dovesse indire uno sciopero per andare a spasso con la mia, conosci l’indirizzo: scaffali a tua disposizione!

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    1. Secondo alcune autrici, temo proprio di sì. Non ci sarebbe nulla di male nelle stelle e nei cuoricini...ma quello che non amo è l'insistenza su questo aspetto, che è innamoramento, più che amore. L'amore è oltre questo, e comprende qualcosa di più grande, fatto anche di quotidianità, di superamento di limiti, rabbie e incomprensioni, accettazione di lati oscuri. E quello che amo ancora meno è l'insistenza su frasi del tipo: non posso vivere senza di te. No, questo è attaccamento, e ritenendo che l'amore sia principalmente questo, si alimentano sofferenze inutili.

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  3. quello di pd james l'ho letto anni fa ma non mi era dispiaciuto.. dovrei andare a rileggermi la recensione che avevo scritto ai tempi.. sicuramente non mi è rimasto impresso come uno dei più bei libri letti ma non lo "butterei via"

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    1. No, nemmeno io. Penso, però, che non lo rileggerò...
      Almeno, non a breve: le cose cambiano. :-)

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