mercoledì 6 luglio 2016

La banda delle dentiere, Paolo Piccoli – Nessuna resa, mai

LoreGasp

Questo è uno dei libri simbolo del Salone del Libro 2016, per me. Il titolo è buffo, in contrasto totale con il contenuto, che inizia molto seriamente. 

Siamo in Veneto, ai giorni nostri, con una situazione economico-politica molto simile alla nostra. I controlli da Grande Fratello (il Moloch originale di Orwell, non la pietosa imitazione di un reality show che tanto entusiasma ancora) irrigidiscono la società, sviliscono ed esasperano gli animi: non c’è denaro, l’unico presente possibile parla solo di povertà, nessun futuro possibile. Un gruppo di sessantenni decide di rovesciare la situazione, per reagire ai poteri forti e occulti che stanno strangolando il Paese. Organizzano una rapina ingegnosa, nel periodo di Natale, secondo lo stile di Robin Hood: il bottino sarà spartito tra di loro e…l’intera nazione.

O meglio, la parte più povera e che fa fatica a mettere insieme pranzo e cena, della popolazione. Sembra un successo. Presto, però, si rivelano altre complicazioni, insorgono imprevisti, cadono maschere insospettabili.
È vero che non c’è nulla di buffo in questa narrazione, lucido specchio piuttosto obiettivo di una certa realtà molto vicina a noi. Tuttavia, ci sono qua e là sorrisi ironici e anche sarcastici. L’umorismo può anche essere nero, e graffiare più che far sorridere. Il nome di Banda delle Dentiere è un omaggio sprezzante che cade dall’alto da parte dell’apparente integerrimo commissario che indaga sul furto, e che riesce a individuare alcuni dei ladri, che sono figure già note alle forze di Polizia. Sono Dentiere inaspettatamente “toste”, tuttavia. Il capobanda, che conosciamo con il nome di battaglia Leon, si avvale del suo addestramento militare di gioventù per muoversi con circospezione in un ambiente pericoloso come la malavita veneta, e soprattutto in certe organizzazioni para-militari. Gli individui che le animano sono sospettosi, spietati, pronti a risolvere problemi e dubbi con le pallottole, piuttosto che con le domande.

L’autore, Paolo Piccoli, che intervistai al Salone del Libro, ha scelto apposta una banda di sessantenni, già messi alla prova dalla vita nell’illegalità, per dimostrare che certe cose e situazioni non tengono conto delle registrazioni all’anagrafe. Non sono solo i giovani, ancora idealisti, a voler cambiare un mondo indigesto che non si riesce più a capire o a riconciliare con i propri sogni e idee. Se la voglia di lottare per contribuire a cambiare è la stessa, sono altri i limiti che questi personaggi si trovano ad affrontare: l’età, gli acciacchi inevitabili, il carico di delusioni precedenti che spesso si rivela un ceppo quasi invincibile, la tendenza a sentirsi superati.


Se volete leggere un romanzo di taglio giornalistico, ma senza freddezza e con una certa partecipazione sorridente alle vicende asciutte che si svolgono, questo è il titolo che fa per voi. Se dovessi pensare ad un’incarnazione cinematografica delle atmosfere e della personalità dei protagonisti, mi verrebbe in mente il filone dei giustizieri, incarnato da Charles Bronson. 

O il Clint Eastwood della Frontiera americana vista tramite gli spaghetti western, che sentenzia “Quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, quello con la pistola è un uomo morto.” I buoni e i cattivi qui, condividono una certa brutalità e tendono a confondersi nell’apparenza, almeno finché non rendono manifesto il loro schieramento. Esattamente come la nostra vita reale: quante volte quello che credevamo buono non si è rivelato tale, e viceversa?

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