martedì 4 aprile 2017

Alessandro Perissinotto – Quello che l’acqua nasconde – Un libro a strati.

LoreGasp

Come ho già detto diverse volte, raramente leggo i libri alle loro prime uscite. Le novità, per me, arrivano quasi sempre dopo che tutti se le sono dimenticate, compresa me, per cui mi si accende la lampadina e mi accosto all’ex-novità. Ogni tanto i libri devono essere lasciati decantare, ma ultimamente sto esagerando. 

Ci vuole un cambio di rotta, no?

Quello di Alessandro Perissinotto non è affatto un nome sconosciuto. Torinese del ’64, insegna all’Università di Torino, Teorie e tecniche delle scritture, ed è romanziere dal 1997: da quel momento in avanti ha pubblicato dodici romanzi.

Io sono riuscita a intercettarne l’ultimo, quello di cui sto scrivendo.

Perché? Per il motivo più banale del mondo, perché esistono più libri di tempo per leggerli, come recita una famosa citazione di cui ho dimenticato il “padre” e che campeggia prepotente su uno stand del negozio Feltrinelli di Porta Nuova a Torino, in cui entro spesso e volentieri. Tuttavia, mentre tornavo a casa una sera, ho visto quel bellissimo blu della copertina, la fotografia di un bimbo imbronciato e un titolo allettante.

Il resto è storia.

Che ne dite, entriamo nell’acqua del libro? Direi che il momento è arrivato.

La quarta di copertina racconta di Edoardo Rubessi, un genetista di fama mondiale, probabilissimo candidato al Premio Nobel che torna a Torino, la città in cui ha studiato e vissuto prima di lanciarsi in una carriera fulminante e prestigiosissima negli Stati Uniti nei precedenti trentacinque anni. Lo accompagna la moglie Susan, elegante e fascinosa italo-americana, fotografa apprezzata e di talento. Edoardo Rubessi deve svolgere un incarico delicato, che solo lui può portare a termine: condurre un protocollo di cura di una malattia genetica rara e mortale, di cui tendono ad ammalarsi principalmente i bambini.

Fin qui, sembra tutto normale: un rientro in patria da vincitore, incoronato da una fama meritata, reale concretizzazione di un talento e di un’intelligenza rari.

Fin dal primo giorno, però, niente è normale. Ad accoglierlo impaziente e festoso, una parte del suo passato che aveva creduto ampiamente morta, sepolta… “annegata”. Si tratta di un essere umano, un vecchio dai modi e dagli sguardi glaciali e cattivi, Giovanni Balistreri, che immediatamente manifesta la sua intenzione: rendere la vita dell’esimio Dottor Rubessi e della sua bella moglie ignara, un reale inferno in terra.

Ci riesce. O almeno così ritiene. E così sembra.

All’inizio, “attacca” Susan, ficcandole in mano o nella buca delle lettere della loro bella casa provvisoria di Torino, una serie di bigliettini con domande senza alcun senso, almeno apparentemente: Chi è il dottor Grubesich?  

È il primo passo di un viaggio all’inferno, per Susan, per Edoardo e per Aldo, antico compagno di infanzia del genetista, che diventa la voce narrante del libro e che spesso fa da cuscinetto tra l’orrore delle vicende e la sensibilità del lettore. Un viaggio che assomiglia all’incrinatura crescente di un’enorme lastra di vetro, che sembrava anti proiettile, infrangibile: quella su cui vive Edoardo da sempre, fingendo che tutto sia sistemato e su cui ha portato Susan, che ritiene di appoggiare i piedi su solida terraferma.

Scopriamo presto che l’inferno personale del dottor Rubessi-Grubesisch non è pura questione privata, ma diventa affare dell’intera città di Torino che, negli Anni Settanta si trovò a vivere, forse più dell’intera Italia, una stagione angosciosa scandita dalla violenza dell’eversione brigatista e dall’improvvisa scoperta di una realtà scabrosa, pesantissima, quella dei manicomi come Collegno, e di certi “medici” che di medico non avevano nulla, a parte una discutibile competenza scientifica.
Quale filo spinato, è il caso di dire, lega i manicomi, certe pratiche “mediche” assurde e aberranti, con i movimenti studenteschi politicizzati, con le nascenti Brigate Rosse e Nere, in una città come Torino?

Il filo è un uomo, Edoardo Grubesich-Rubessi. E tutti i fili che emanò negli anni della sua fanciullezza e gioventù ampiamente tormentate, che andarono a legarsi a Giovanni Balestreri e ad altri, sfiorando solo Aldo, il compagno d’infanzia tenuto a distanza, poi diventato così importante per la sua stessa sopravvivenza.

Non vi parlo oltre della trama. È ramificata, complessa, carica di orrore e angoscia. Non è qualcosa che si possa raccontare facilmente, senza farle perdere di importanza, che invece si coglie perfettamente nel silenzio e nell’attenzione della propria lettura personale.

Lo consiglio, lo consiglio più che caldamente. Non solo perché la storia è costruita benissimo, con uno stile sciolto, potente senza essere verboso, leggero senza essere superficiale, denso senza essere melodrammatico. Perissinotto è equilibratissimo nel suo uso della lingua. Sa essere banale, quando è il caso di esserlo, perché la dimensione del personaggio lo richiede. Sa essere scientifico, freddo e oggettivo quando Edoardo entra in scena e usa i suoi strati di difesa. Sa anche essere nostalgico, un po’ incline all’autocommiserazione quando Aldo parla di sé e di quella che considera la sua mediocrità.

Sullo sfondo, c’è il tessuto di un passato pesante che ha costretto a vivere nell’angoscia, per motivi diversi, gran parte della popolazione. Erano gli anni dell’agitazione politica e della protesta violenta trasformatasi velocemente in eversione. Io mi ricordo poco di quel periodo in cui andavo alle elementari e i miei problemi si concentravano nel gioco da fare con la mia amichetta e il compito di matematica l’indomani, ma percepivo la pesantezza e la riluttanza degli annunciatori dei telegiornali, costretti loro malgrado a riferire notizie di attentati, gambizzazioni, irruzioni, scontri con la polizia, come se non potessero dar spazio ad altro di meno doloroso.

A questo, s’intrecciava nel buio un’altra serie di vicende, che a molti interessava insabbiare per sempre, e che ha causato infinito dolore e colpa: le condizioni dei malati mentali nei manicomi (la legge Basaglia risale al 1978, in piena ambientazione di questo libro), e tutto il loro carico irripetibile.

Amate gli strati? Non vi stancate di toglierne uno e di vedervene un altro davanti, e poi un altro ancora, e un altro ancora? Andate a cercare Quello che l’acqua nasconde.

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