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martedì 29 gennaio 2013

Il seggio vacante – Nessuno è come sembra.


Non mi dilungherò oltre sulla trama, perché, da questo momento in poi, si dispiega una catena di azioni e reazioni, che porterà a due lutti, di cui un suicidio. Ho detto già troppo. Ogni azione e parola dei personaggi corrisponde ad una reazione emotiva quasi sempre negativa, che sfocia in una contromossa di perfidia. E non parlo solo degli adulti, presi nei loro giochi di potere politico, di seduzione o di prevaricazione. Tra i consiglieri colleghi di Fairbrother, compresi quelli all’opposizione, si scatena una guerra sotterranea fatta di sorrisi accomodanti, ed estenuanti strategie elaborate da soli o con altri di cui si cerca disperatamente l’alleanza. La seduzione coinvolge soprattutto la moglie di Miles Mollison, Samantha, che tenta di sentirsi nuovamente viva e ventenne, per sfuggire alla prigionia della vita asfissiante in un posto piccolo e compresso come Pagford. Fallito il tentativo di attirare l’attenzione del bellissimo marito della dottoressa Jawanda, Samantha tenta di consolarsi guardando un dvd musicale della figlia adolescente. La visione distratta viene improvvisamente risvegliata e calamitata da uno dei componenti della boy-band del momento, un bel giovanotto palestrato, poco vestito, e prodigo di sguardi languidi.

sabato 26 gennaio 2013

Il seggio vacante – Una notizia, reazioni diverse.


La notizia della morte di Barry Fairbrother (il cognome non è scelto a caso) si sparge in un lampo. Il secondo capitolo inizia proprio con una telefonata di uno dei personaggi, Miles Mollison, al padre, Howard Mollison, proprietario di un negozio  di salumeria molto frequentato. Sarà la prima di una fila di comunicazioni simili, accolte con reazioni diverse. Howard Mollison è stato avversario politico di Barry, poiché, da benpensante ipocrita e mellifluo come si scopre man mano, non condivideva il progetto di quest’ultimo di avvicinare sempre più la periferia degradata (The Fields) a Pagford, contaminandola. Simon Price, padre crudele, lavoratore meschino e intrigante, arrogante e pieno di disprezzo per il mondo, che rovescia su moglie e figli picchiandoli e insultandoli ad ogni sguardo storto, ne è quasi soddisfatto. Essendo un intrallazzatore di natura, aveva sentito di una serie di traffici sordidi in comune, per cui Barry Fairbrother intascava una sorta di “pizzo” (attribuzione tutta italiana, questa: l’inglese non conosce un termine così leggiadro per una pratica così sordida) da alcuni fornitori. Morto lui, gli balena in mente l’idea di prenderne il posto come criminale e farsi un po’ di soldi a spese della comunità.

giovedì 24 gennaio 2013

Il seggio vacante – No, mi spiace, qui non c'è nessun Harry Potter!


Quando ho visto la copertina per la prima volta, letto il titolo, l’autore, ho pensato: “cosa c’entra Harry Potter con un seggio? Si sarà fatto eleggere? E’ la storia della sua vita nel post-Voldemort?” Vergognandomi un po’ della mia banalità subito dopo. Come se un autore dovesse rimanere per sempre legato ai suoi personaggi, soprattutto se un po’ ingombranti come Harry e la sua cicatrice. Se ci penso meglio, tuttavia, la curiosità di sapere che sta facendo il mago, ormai padre di famiglia (se ben ricordo le ultime pagine de I doni della morte) riemerge, quando mi capita di leggere il nome della sua creatrice. No, non ho sniffato, bevuto cose strane, dato fuoco ai miei neuroni: è solo uno degli atteggiamenti dei lettori furiosi, di cui parlavo qualche tempo fa. Si entra nei libri, ci si lega ai personaggi, si vive con loro, e quando si chiude la copertina, si vorrebbe poter avere la possibilità di fare una telefonata ogni tanto, solo per sapere come sta andando…va bene, forse c’era qualche gusto strano nel the delle cinque, oggi. Tornando a J.K. Rowling e alla mia reazione un po’ stereotipata al suo nuovo libro, passato il rifesso-Potter, ho indagato in copertina di cosa si trattava. Siamo di nuovo in Inghilterra, nella campagna inglese, lontana da Londra. A prima vista, la cittadina di Pagford è l’ennesimo elemento della cartolina: casette dai colori chiari, fiori e giardini curati, tendine a fiocchi, un’antica abbazia sulla collina verdissima. Nulla di particolarmente originale. La prima scossa arriva con una morte, proprio all’inizio del libro: tre pagine in cui si descrivono gli ultimi istanti di vita di Barry Fairbrother, esimio cittadino di Pagford. Già nel secondo capitolo, si capisce che l’architettura stucchevole delle case, i giardini curati, le maniere educate, sono facciate belle che ricoprono intrighi, insensibilità, crudeltà giovanile, indifferenza, doppiezza, arroganza, superbia, disperazione e degrado, non solo fisico. Il negativo della fotografia panoramica da cartolina, vero?
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