mercoledì 6 marzo 2013

Il tormento e l’estasi – Una biografia gigantesca per un gigante


Oggi ricorre il “compleanno” di un gigante italiano, uno dei pochi personaggi della nostra storia che riescono ancora a farci tenere la testa alta, quando parliamo di Italia: Michelangelo Buonarroti, nato il giorno 6 marzo 1475 a Caprese, in Toscana. Quando si pronuncia il suo nome, si dice tutto: David, Cappella Sistina, Pietà, Giudizio Universale, Rinascimento, Toscana, Medici, ecc. In una parola, in un nome, evochiamo secoli e oggetti di splendore artistico che hanno pochi rivali nel mondo, e quelli che ci sono, sono quasi tutti italiani come lui. Da quando “l’ho conosciuto a scuola”, è diventato uno dei miei artisti preferiti: la potenza fisica delle sue figure dipinte che sembrano balzar fuori da un momento all’altro, il respiro e la carne fortissima delle sue statue (e non perché di marmo: sotto quelle forme c’è vita, scorre sangue e pulsano muscoli di pietra) mi hanno sempre affascinato e zittito in contemplazione, anche solo attraverso le fotografie. Mi sono sempre domandata che razza di spirito avesse il creatore umano di quella bellezza carnosa e potentissima, insopportabile nella sua capacità di esprimere la parte divina dell’uomo . Soprattutto, era consapevole di essere un uomo che creava come una divinità? Ho trovato le risposte in questo splendido libro massiccio. Lo lessi al tempo del liceo, più volte, facendo concorrenza al Signore degli Anelli. Irving Stone era riuscito nel miglior intento possibile per uno scrittore: far vivere e pulsare un personaggio nella carta di un libro. Facciamo conoscenza con un Michelangelo ragazzino, un tredicenne che studia la propria faccia con le capacità di stima di un mastro costruttore: nota le sproporzioni della fronte, della bocca e del mento, e si rammarica perché “qualcuno avrebbe dovuto usare un filo a piombo”. Si sa che gli adolescenti sono specializzati nell’individuare i propri difetti, ingigantirli e farli mostruosi, ma questo ragazzino non pensa e non agisce in modo comune.

martedì 5 marzo 2013

…continuiamo con Il Signore degli Anelli…


Per quanto mi riguarda, non potevo considerare un altro esempio di trasposizione cinematografica, piuttosto “ingombrante”. Non tanto per il numero dei film, solo tre, ma per la fama e l’importanza del libro, Il Signore degli Anelli di J.R.R.Tolkien. Inizio subito a dichiarare che sono molto di parte. E’ uno dei libri che mi hanno impressionato prima e più a fondo di qualunque altro abbia potuto leggere. Un giorno, se troverò coraggio a sufficienza di misurarmi con la tradizione, gli dedicherò un’intera sezione. Era un appuntamento obbligato delle mie estati di ragazzina, per circa sei-sette anni. Finita la scuola, inauguravo le vacanze con Il Signore degli Anelli. La trasposizione cinematografica più famosa è quella del neozelandese Peter Jackson, negli anni 2000 – 2003. E’ probabile che ce ne siano state di precedenti, ma non sono riuscita a rintracciarle. Quando è uscito il primo film, la mia prima reazione è stata: “ah ah, adesso voglio proprio vedere”.  Non si affronta così impunemente un librone pieno come questo, voglio vedere cosa dimentica. Non sono andata al cinema, ma appena ho potuto ho preso la trilogia in VHS per gustarmela con calma a casa.  Mi sono disinteressata grandemente della critica al film perché volevo guardarlo e sentirlo con la mia sensibilità viziata di lettrice fanatica (anche) di Tolkien. E il risultato è stato che la sensazione di vuoto e di mancanza che percepivo nei film Harry Potter, qui si è fatta sentire molto poco. Ho amato tutti i personaggi, anche quelli che avevano facce completamente diverse da come le avevo immaginate: Orlando Bloom con le orecchie a punta e i capelli fluenti, per quanto mi rendesse un pochino perplessa, era convincente.

giovedì 28 febbraio 2013

Meglio il libro, o meglio il film? Iniziamo da Harry Potter…


L’immaginetta qui accanto mi dà lo spunto per parlare della questione dei film tratti dai libri. Sono meglio, sono peggio, sono fedeli al libro, sono all’altezza delle aspettative…? Difficile rispondere. Ieri sera è stata anche trasmessa la seconda parte de “I doni della morte”, l’ultimo film che “visualizza” l’ultimo libro della saga di Harry Potter. Un ulteriore spunto per decidere cos’è meglio, il libro o il film. Di primo acchito, direi che il libro è quasi sempre meglio, per quanto i film siano realizzati benissimo, gli attori bravi, gli effetti speciali mirabolanti. E gli esempi abbondano, anche “solo” negli ultimi dieci anni. Partiamo pure dall’ultimo che ho citato, Harry Potter. Sette libri e sette film, con gli stessi attori, di cui è quasi divertente vedere la “crescita”, che in questo caso è soprattutto fisica: i bambini Harry Potter e i suoi amici maghi si trasformano da bambini paffuti e un po’ spaesati in adolescenti tormentati, arrabbiati, preoccupati. Man mano, le luci e le atmosfere dei film si abbassano e diventano sempre un po’ più cupe, la speranza si affievolisce, aumentano le cospirazioni, i delitti, i tradimenti, macchiando il mondo di magia di Hogwarts. All’inizio Harry Potter è travolto dalla scoperta di essere quell’”Harry Potter”, il sopravvissuto all’attacco feroce dell’innominabile mago cattivo, viene catapultato in Hogwarts, scuola di magia nel bel mezzo della campagna inglese (J.K.Rowling deve amarla particolarmente), cui si arriva tramite un treno preso al binario 9 ½ di King’s Cross, normalissima e umanissima stazione inglese, che nasconde in un muro la banchina da cui prendere il mezzo magico.

mercoledì 27 febbraio 2013

Un punto di vista molto particolare sulla nostra situazione politica...

No, non scriverò di politica, non serve commentare e aggiungere altre parole a quello che già abbiamo saputo, sentito, visto, letto, ascoltato, assimilato, rifiutato, in quest'ultima campagna elettorale e conseguente sessione di votazioni. Non sono in grado di scriverne, mi stanca presto e lo lascio fare a chi è più addentro, e ha più desiderio di esplorare questo mondo pericolosissimo. Navigando in rete, però, sono capitata su questo articolo interessantissimo di Treccani.it, che analizza la situazione politica italiana in...glossogrammi. Si tratta di giochi di parole, domande trabocchetto e di quiz per mettere alla prova le proprie competenze lessicali. A dir poco affascinante. Troppo ammaliata per giocare e mettermi alla prova, ho letto l'articolo perdendomi un po' tra le varie etimologie...e ne ho scoperte di bellissime! Da leggere, godersi, e giocare.
Troppe cose, tante cose, poche cose - Treccani

lunedì 25 febbraio 2013

L’Amish Fiction – Qualche perplessità


Entrambe le tendenze, dice l’autrice, sono riconducibili allo stesso desiderio delle donne di vivere e sperimentare storie romantiche, per quanto ai poli opposti. Da una parte il tintinnio metallico e freddo delle manette e dall’altra…l’arrotolatura del fieno.  I assumed the two trends were related, but on opposite ends of the spectrum–women wanted their own version of romance, but some want it with a dose of handcuffs and others want it with a doseof…hay baling?
Ehm. Come dicevamo prima, in un commento, pare che “tertium non datur”, ovvero, niente via di mezzo. O torbide espressioni al limite della segregazione della passione amorosa, oppure virtuosa sublimi nazione che si concretizza nel duro lavoro della terra (in questo caso del fieno). In uno dei post sulla trilogia delle sfumature, mi ponevo anch’io una domanda simile: ma cosa vogliono le donne davvero nel sesso, nell’espressione della libido? Manette e balle di fieno potrebbero essere due risposte, per quanto diametralmente opposte.  Proseguendo nella lettura, scopro che dei tre libri letti per esplorare il genere, nessuno è stato scritto da un’autrice Amish. E questo si riallaccia a quanto detto in precedenza: gli Amish se ne stanno tranquilli per i fatti loro, senza provare il desiderio di andare in giro per il mondo a farsi pubblicità.  Nessuno di loro cerca consensi o approvazione per il proprio modo di vedere la vita, per cui, da dove arrivano queste notizie? Il genere sta anche riscuotendo un certo successo, poiché molti lettori affermano di essere curiosi sugli Amish, e cercano informazioni su di loro, oppure perché hanno avuto antenati mennoniti, come si può leggere da un intero thread sull’argomento in Goodreads. Sì, capisco la parte della curiosità. Ma questa diminuisce alquanto, quando si scopre che non sono informazioni di prima mano. Eppure questo non sembra preoccupare molto il pubblico. I personaggi, soprattutto quelli femminili, sono presentati più come icone che non esseri umani, di sangue e carne come tutti quelli che camminano su questa terra, ma caratterizzati da una visione del mondo e tradizioni ferme a qualche secolo fa. Le donne sono vestite in modo dimesso, sono gentili, pazienti, dedite alla casa e ai lavori che devono svolgere, non hanno attacchi d’ira, non rispondono per le rime. Il loro atteggiamento sembra quasi portato a esempio. Ma non c’è un vero e proprio approfondimento nell’animo di queste persone, e non c’è da meravigliarsi, dato che nessuno può dire di conoscerle, se non qualcuno di loro che ha deciso di non tornare più dal tradizionale rumspringa.

domenica 24 febbraio 2013

Riflessioni sui generi letterari - Amish Fiction


Ho già sostenuto più volte che senza Facebook mi sentirei un po’ persa. Questa piazza virtuale, se presa a piccole dosi, e con gli elementi giusti, porta alla scoperta di piccole e grandi perle. Poiché il furore d’aver libri è una caratteristica trasversale, che si manifesta negli esseri umani di qualunque sesso, età, lingua, razza, è bello ogni tanto andare a scoprire come si concretizza, e cosa offre il panorama del libro internazionale. La pagina Book Riot su Facebook ha pubblicato qualche giorno fa una recensione su un genere apparentemente nuovo, la cosiddetta Amish Fiction. Mi ha incuriosito subito perché gli Amish sono uno dei misteri più affascinanti della nostra terra. Più o meno, abbiamo sentito parlare tutti di questa comunità di persone, di fede protestante, che si stabilì in Pennsylvania a partire dal Settecento per sfuggire alle persecuzioni nel vecchio continente, e che da allora si è letteralmente cristallizzata in quel secolo, rifiutando la modernità in tutti i suoi aspetti. Uomini e donne vivono in comunità agricole, accuratamente isolati dal mondo, lavorando, amando, pregando come si usava fare duecento anni fa. Una sorta di macchina del tempo in forma umana, e su ampia scala. Il loro isolazionismo ha funzionato su vasta scala, e non ha ceduto quasi per nulla, a differenza di quello in cui si rinchiuse il Giappone per lunghi secoli, venendo poi spazzato via dalle prime “infiltrazioni” americane.  Le concessioni fatte alla modernità rientrano comunque nell’ambito ristretto della tradizione: se questa non va contro la loro cultura, e si rivela utile e di valore, è ben accetta. Tuttavia, per quanto ci possano essere contatti, sempre molto controllati, tra Amish e mondo esterno, nessuno può dire di conoscerli davvero bene. Quando ho letto il titolo dell’articolo, Amish Fiction, mi sono stupita e mi sono precipitata a leggerlo, poiché credevo di assistere ad un’ulteriore piccola/grande rivoluzione nel mondo conosciuto. Pensavo che gli Amish si fossero aperti ulteriormente, parlando e scrivendo di se stessi e del loro modello di vita, decidendo di immergersi nel flusso temporale del XXI secolo. Leggendo, ho capito che il punto di partenza dell’autrice era molto diverso. Amanda Nelson, questo il suo nome, parte a constatare la formazione di due tendenze distinte nel 2012: una che fa capo alle 50 sfumature, e l’altra all’Amish Fiction.

giovedì 21 febbraio 2013

Il Furore dei Libri non risparmia nemmeno il Fegato...

Esempio classico di "furore" libresco in atto. Stamattina mi trovavo in giro per commissioni, e poiché avevo tempo da impiegare, sono entrata in Eataly per un breve giro ricognitivo. Pensavo di essere "al sicuro" (dalle tentazioni di acquistare libri, per esempio), ma mi sbagliavo TANTISSIMO. L'ultima volta in cui sono entrata in quel Gotha gastronomico, non c'era una libreria dedicata. Sì, è passato tanto tempo da quando ci sono stata, vero. In ogni caso, i libri di cucina non mi hanno mai attirato moltissimo, per quanto li abbia sempre trovati gradevoli. Oggi ho scoperto di aver AMPIAMENTE sottovalutato il potere del loro richiamo. A parte i "soliti" ricettari, e le mode del momento, come le opere di Carlo Cracco e Joe Sebastianich, i due BastardChef più presi in giro dalla storia, ho visto magnifici libri dedicati ai codici culinari di varie regioni italiane, tra cui l'iper famoso Artusi. E poi, questo libretto colorato qui, dedicato alle cure del fegato...so che come argomento non è dei più elevati, ma da qualche tempo è balzato in cima alla mia personale classifica furiosa. E tra una Geisha e un sacerdote cristiano particolarmente ispirato, ho cominciato a leggerlo e mi ha colpito positivamente. L'autore è un medico, e ha un approccio molto ampio e molto pratico allo stesso tempo. In parole comprensibili illustra l'anatomia e la funzione della ghiandola, e ne fa un breve percorso nella storia e nella medicina attraverso i secoli. Interessa senza annoiare o caricare il lettore di date, statistiche, percentuali che potrebbero solo confonderlo e allontanarlo dallo scopo principale, quello di illustrare i modi per prendersi cura di uno degli organi più citati e più bistrattati nella nostra storia umana.

Dott. Paolo Pigozzi - Info: Dr Paolo Pigozzi: CURE NATURALI DEL FEGATO Nuova E...: NUOVA EDIZIONE 2012 RIVEDUTA E AGGIORNATA Il fegato è un organo fondamentale per il nostro organismo e quindi per il mantenimento...
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