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Valeria Amerano |
Per completare e approfondire la conoscenza di Valeria Amerano, e della genesi del suo romanzo Nuda proprietà, ecco la sua voce che ne racconta i particolari, in domanda e risposta, mentre attendiamo altre sue opere. Qui di seguito avete qualche accenno biografico, sufficiente a darvi un'idea della provenienza e del retroterra culturale della scrittrice. La Furiosa scrivente è già in possesso dei suoi altri titoli, che man mano leggerà ed esporrà in queste pagine telematiche, perciò...seguiteci!
-Qual è stata l’origine,
l’ispirazione che ha suggerito la stesura di questo romanzo ?
Nuda Proprietà è nato dalla fusione e dallo sviluppo di due
racconti brevi, scritti dopo aver a lungo frequentato i luoghi della
sofferenza, ospedali e convalescenziari dove generalmente i figli assistono
rassegnati e impotenti al declino dei loro cari. Doveva rappresentare un inno
alla vita, una reazione alla simbiosi che inevitabilmente lega una persona sana
ai ritmi del decadimento del genitore ammalato.
-E’ una storia d’amore che
ha i tempi e gli slanci di una passione giovanile, mentre in realtà i protagonisti non sono più così
giovani…
-E’ vero. Ruggero e Nora hanno l’età in cui i minuetti sono
finiti e, siccome si incontrano nell’aria malsana di una casa di cura, con le
scene e le manovre del capolinea, chiamano da subito le cose col loro nome e
intravedono la possibilità di un’estrema confidenza, una comunicazione naturale
che avviene fra loro nel piacere di indovinarsi e di scoprirsi simili. Da
subito si riconoscono, come se avessero esperienze comuni.
-Invece sono due persone
molto diverse…Nora appare chiusa in un grigiore che dilegua all’irruzione di
Ruggero.
- Sì, ho voluto descrivere una relazione fondata sui contrasti e
indicare una possibilità di riuscita pur nella diversità dei caratteri,
dell’educazione e del vissuto dei due protagonisti.
-Se Ruggero non esiste
nella realtà, come è nata la scelta di un personaggio così variegato, dirompente ed equivoco?
-Ho lavorato per molti
anni nelle scuole dell’obbligo delle vie più disagiate di Torino, dove i
ragazzi crescevano essenzialmente per strada, bruciavano l’infanzia e
obbedivano a codici paralleli per sfidare l’emarginazione cui erano destinati.
Riconoscevo in loro una forza sorgiva, una grazia cruda nei modi e nel
linguaggio aspro che adottavano per non cedere alla semplicità della tenerezza.
Mi affascinava e mi sgomentava quel loro modo di camminare sul confine tra il
bene e il male, quel loro dover scegliere ogni mattina se preferire la strada o
entrare a scuola. Che ne sarà di questi ragazzi, una volta cresciuti?- mi sono
chiesta tante volte. Ecco, Ruggero è una possibile risposta: un figlio
dell’emigrazione degli anni 60 e di quelle periferie che offrirono il soggetto
al film “La ragazza di via Millelire”. Si è salvato, ma una labile traccia di
quel mondo gli è rimasta addosso.
-L’amore è un mezzo per
salvarsi?
-Sì, se si ha l’umiltà di ammetterlo e di abbandonarsi anche
quando non è corretto, comodo o decorativo: quando insomma potrebbe far ridere
o sussurrare il prossimo.
-So che prima di questo
hai scritto altri libri. Cosa ha significato, nella tua vita, la scrittura?
-E’ stata un’esigenza che ho avvertito giovanissima per
trattenere a me le cose care, per farle durare oltre il tempo che era loro
destinato. In seguito è diventata una modalità espressiva in cui mi completavo,
comprendevo meglio me stessa e gli altri. Spesso era il semplice gioco di
muovere con i fili personaggi inesistenti, con qualche tratto rapinato a
persone conosciute. La scrittura è stata una disciplina che ha avuto la
precedenza in molte scelte della mia vita, anche affettive.
-Puoi dirti soddisfatta di
quello che hai ottenuto scrivendo?
-Ho detto quello che volevo dire. E’ già qualcosa. Mi ritengo un
po’ delusa dalla scarsa diffusione che hanno avuto i miei libri. Onestamente,
quando vedo in vetrina, a grandi tirature, la cantante arrochita memorialista o
il libro dell’ex calciatore o autori l’eccellenza dei quali continua a
rimanermi oscura, provo una piccola piccola nausea.
Grazie per l’intervista.
Valeria Amerano
L'Amore come forza e mezzo per salvarsi. E' uno dei concetti che conosciamo meglio, ci hanno girato film e film, scritto fiumi di libri, saggi e romanzi, ma...avete fatto attenzione ad una precisazione? "...se si ha l’umiltà di ammetterlo e di abbandonarsi anche quando non è corretto, comodo o decorativo: quando insomma potrebbe far ridere o sussurrare il prossimo." Quando non è corretto, comodo o decorativo, o quando non assomiglia alla trama di un film: ecco il coraggio di amare, di provare amore e di viverlo davvero, così come si è, con quello che si è e si ha, senza concessioni al "si deve", "non si deve", "si fa", "non si fa". Sono le parole che maggiormente mi hanno colpito e che hanno fatto vibrare una certa corda del mio cuore di granito che recentemente si rifiuta di stare ferma. Mi hanno anche rassicurato: non è più il caso di lasciarsi spaventare dalla forza e dall'estensione delle proprie emozioni, soprattutto se sono positive, e non importa se sono al di fuori dei canoni "sociali". Quelle sono etichette, collose e potenzialmente dannose, che non danno valori aggiunti, se non alla velocità di inquadramento delle cose e delle persone. Ma è poi così necessario inquadrare tutto? Viviamo, prima di tutto.
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