lunedì 6 luglio 2015

Valeria Amerano, Nuda proprietà - L'intervista

Valeria Amerano
LoreGasp

Per completare e approfondire la conoscenza di Valeria Amerano, e della genesi del suo romanzo Nuda proprietà, ecco la sua voce che ne racconta i particolari, in domanda e risposta, mentre attendiamo altre sue opere. Qui di seguito avete qualche accenno biografico, sufficiente a darvi un'idea della provenienza e del retroterra culturale della scrittrice. La Furiosa scrivente è già in possesso dei suoi altri titoli, che man mano leggerà ed esporrà in queste pagine telematiche, perciò...seguiteci!

-Qual è stata l’origine, l’ispirazione che ha suggerito la stesura di questo romanzo ?
Nuda Proprietà è nato dalla fusione e dallo sviluppo di due racconti brevi, scritti dopo aver a lungo frequentato i luoghi della sofferenza, ospedali e convalescenziari dove generalmente i figli assistono rassegnati e impotenti al declino dei loro cari. Doveva rappresentare un inno alla vita, una reazione alla simbiosi che inevitabilmente lega una persona sana ai ritmi del decadimento del genitore ammalato.

-E’ una storia d’amore che ha i tempi e gli slanci di una passione giovanile, mentre in realtà i protagonisti non sono più così giovani…
-E’ vero. Ruggero e Nora hanno l’età in cui i minuetti sono finiti e, siccome si incontrano nell’aria malsana di una casa di cura, con le scene e le manovre del capolinea, chiamano da subito le cose col loro nome e intravedono la possibilità di un’estrema confidenza, una comunicazione naturale che avviene fra loro nel piacere di indovinarsi e di scoprirsi simili. Da subito si riconoscono, come se avessero esperienze comuni.

-Invece sono due persone molto diverse…Nora appare chiusa in un grigiore che dilegua all’irruzione di Ruggero.
- Sì, ho voluto descrivere una relazione fondata sui contrasti e indicare una possibilità di riuscita pur nella diversità dei caratteri, dell’educazione e del vissuto dei due protagonisti.

-Se Ruggero non esiste nella realtà, come è nata la scelta di un personaggio così variegato, dirompente ed equivoco?
-Ho lavorato per molti anni nelle scuole dell’obbligo delle vie più disagiate di Torino, dove i ragazzi crescevano essenzialmente per strada, bruciavano l’infanzia e obbedivano a codici paralleli per sfidare l’emarginazione cui erano destinati. Riconoscevo in loro una forza sorgiva, una grazia cruda nei modi e nel linguaggio aspro che adottavano per non cedere alla semplicità della tenerezza. Mi affascinava e mi sgomentava quel loro modo di camminare sul confine tra il bene e il male, quel loro dover scegliere ogni mattina se preferire la strada o entrare a scuola. Che ne sarà di questi ragazzi, una volta cresciuti?- mi sono chiesta tante volte. Ecco, Ruggero è una possibile risposta: un figlio dell’emigrazione degli anni 60 e di quelle periferie che offrirono il soggetto al film “La ragazza di via Millelire”. Si è salvato, ma una labile traccia di quel mondo gli è rimasta addosso.

-L’amore è un mezzo per salvarsi?
-Sì, se si ha l’umiltà di ammetterlo e di abbandonarsi anche quando non è corretto, comodo o decorativo: quando insomma potrebbe far ridere o sussurrare il prossimo.

-So che prima di questo hai scritto altri libri. Cosa ha significato, nella tua vita, la scrittura?
-E’ stata un’esigenza che ho avvertito giovanissima per trattenere a me le cose care, per farle durare oltre il tempo che era loro destinato. In seguito è diventata una modalità espressiva in cui mi completavo, comprendevo meglio me stessa e gli altri. Spesso era il semplice gioco di muovere con i fili personaggi inesistenti, con qualche tratto rapinato a persone conosciute. La scrittura è stata una disciplina che ha avuto la precedenza in molte scelte della mia vita, anche affettive.

-Puoi dirti soddisfatta di quello che hai ottenuto scrivendo?
-Ho detto quello che volevo dire. E’ già qualcosa. Mi ritengo un po’ delusa dalla scarsa diffusione che hanno avuto i miei libri. Onestamente, quando vedo in vetrina, a grandi tirature, la cantante arrochita memorialista o il libro dell’ex calciatore o autori l’eccellenza dei quali continua a rimanermi oscura, provo una piccola piccola nausea.
Grazie per l’intervista.

Valeria Amerano


L'Amore come forza e mezzo per salvarsi. E' uno dei concetti che conosciamo meglio, ci hanno girato film e film, scritto fiumi di libri, saggi e romanzi, ma...avete fatto attenzione ad una precisazione? "...se si ha l’umiltà di ammetterlo e di abbandonarsi anche quando non è corretto, comodo o decorativo: quando insomma potrebbe far ridere o sussurrare il prossimo." Quando non è corretto, comodo o decorativo, o quando non assomiglia alla trama di un film: ecco il coraggio di amare, di provare amore e di viverlo davvero, così come si è, con quello che si è e si ha, senza concessioni al "si deve", "non si deve", "si fa", "non si fa". Sono le parole che maggiormente mi hanno colpito e che hanno fatto vibrare una certa corda del mio cuore di granito che recentemente si rifiuta di stare ferma. Mi hanno anche rassicurato: non è più il caso di lasciarsi spaventare dalla forza e dall'estensione delle proprie emozioni, soprattutto se sono positive, e non importa se sono al di fuori dei canoni "sociali". Quelle sono etichette, collose e potenzialmente dannose, che non danno valori aggiunti, se non alla velocità di inquadramento delle cose e delle persone. Ma è poi così necessario inquadrare tutto? Viviamo, prima di tutto.

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