sabato 19 marzo 2016

Le Perle di Loredana#10 – Massimo Carlotto – Il giorno in cui Gabriel scoprì di chiamarsi Miguel Angel

Era inevitabile che prima o poi accadesse. Questa volta, l’ostrica della Cento Autori per WeekendOut offre una perla un po’ spinosa, creata da un dolore antico, che anni fa gridava fortissimo dal Sud del mondo. Almeno, ebbe una risonanza mondiale, attirando l’attenzione, lo sconcerto e il biasimo di tutta la comunità umana del pianeta. Sting vi dedicò una canzone, tagliente e compassionevole.

Il titolo della perla recita: Il giorno in cui Gabriel scoprì di chiamarsi Miguel Angel, di Massimo Carlotto. Di primo acchito, potremmo pensare ad una storia su uno scambio di culle, un neonato destinato all’abbandono, magari perché “figlio della colpa”, e poi salvato e cresciuto da un buon samaritano che lo trova per caso, o proprio da chi doveva disfarsene, mosso a compassione.

Purtroppo, qui non si parla di favole a lieto fine, e nemmeno di romanzi picareschi tanto cari agli scrittori settecenteschi, che facevano di poveri orfanelli i loro eroi, sottoponendoli a vere e proprie prove di abilità, astuzia e coraggio, per poi trasformarli nei figlioli perduti e poi ritrovati di ricchi proprietari terrieri in età avanzata.

Il filo conduttore qui è l’Argentina, il regime, i desaparecidos. Gabriel Matias Rolon è un fiorente adolescente di 17 anni, figlio di un tenente di vascello, con due fratelli maggiori, una buona posizione sociale, e le consuete preoccupazioni e gioie degli esseri umani a quell’età. Un giorno, tutto il suo bel mondo precipita a terra, per rialzarsi con l’aspetto di un incubo orribile. Entrando in classe, come sempre, nota le occhiate in tralice del tutto inaspettate dei suoi compagni, e un certo atteggiamento schivo e quasi di biasimo. La spiegazione di questo mistero non si fa attendere. Uno degli allievi estrae un foglietto dalla tasca, che contiene un’accusa pesantissima, insopportabile: è la pagina di un sito in cui il padre di Gabriel, il tenente di vascello della Marina militare argentina Juan Carlos Rolon, compare definito e schedato tra i torturatori del regime, tra i principali responsabili creatori della piaga dei desaparecidos.

Potrebbe essere solo un’accusa infamante, uno scherzo orrendo, inaccettabile, ai danni di un esponente serio della buona società argentina. Il sito, però, non è un dispensatore di bufale o di pettegolezzi pericolosi e devianti, ma un divulgatore serio di notizie e informazioni su quel periodo buio in Argentina. Sono le cosiddette abuelas, le Nonne di Plaza de Mayo, che lo hanno creato, nel tentativo di seguire le ultime tracce deboli di figli e figlie, improvvisamente scomparsi nel nulla semplicemente perché considerati “sovversivi”. Se non possono riavere indietro i figli, né vivi, né morti, desiderano ritrovarne i figli, i loro nipoti, per tentare di ricostruire una famiglia spezzata insensatamente, e per dare ancora l’amore che esplode dentro i loro cuori.

Secondo la ricostruzione di una delle abuelas, il giovane Gabriel non sarebbe il figlio di un militare (e antico carnefice), ma di una coppia di vittime, di desaparecidos. Inizia un viaggio allucinante, per l’adolescente, all’interno e all’esterno di sé, in due mondi che improvvisamente non riconosce più, perché hanno perso tutti i riferimenti noti.

E’ un libro cortissimo: in meno di ottanta pagine, l’autore racconta una vita che si spezza all’improvviso, e che fatica a ricomporsi. Gabriel vuole ritornare a tutti i costi ad un passato conosciuto e molto gradevole, e non può accettare il presente, che sembra così agghiacciante. Massimo Carlotto non si dilunga in troppe parole, in un’introspezione esasperata e tormentata sul conflitto di un’anima intrappolata in un incubo. Non sembra interessato a dare una spiegazione, o una consolazione agli eventi che stanno sconvolgendo il ragazzo dalle fondamenta. Sta fotografando una realtà spinosa e sgradevole, punteggiandola di occasionali commenti molto brevi e asciutti. È un dolore così forte e così intimo, che l’unico modo per onorarlo è tacere.


Tuttavia, non è né freddo, né indifferente, trova una sua oggettività: semplicemente, racconta e non esprime giudizi, non impartisce lezioni. E’ il suo stile, come si è già potuto notare nella quadrilogia scritta con Marco Videtta su quattro donne forti e spietate, Le vendicatrici. Colpisce preciso e netto come una lama, però: in diversi punti è molto difficile non farsi prendere dalla commozione, o impedire che emergano tante domande scomode su se stessi. Per esempio: e se fosse capitato a me? Cosa farei, se scoprissi che chiamo papà il responsabile diretto e ladro del mio vero padre? Cosa potrei dire o fare, se invece questa orrenda eventualità fosse capitata a qualcuno dei miei amici? Pur essendo passati diversi giorni da quando ho messo via il libro, non posso evitare ogni tanto di dedicare un pensiero a Gabriel e alla sua ingombrante situazione. Cosa farei io, al suo posto? E’ ancora seduta lì, questa domanda. 

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